Mentre negli Stati Uniti cresce il malcontento per i datacenter che si stanno moltiplicando per soddisfare le richieste di calcolo dell’intelligenza artificiale, Google ha avviato un progetto per esplorare la costruzione di infrastrutture nello spazio. Nei giorni scorsi è stato lanciato in orbita il prototipo del project Suncatcher, realizzato in collaborazione con Planet Labs, a bordo della missione di lancio condiviso Transporter-18 di SpaceX.
“Il nostro team ha confermato il contatto con il satellite, che sta operando come previsto”, ha spiegato Google in un post, definendo il lancio “il primo passo di un ambizioso progetto di ricerca a lungo termine, volto a valutare se lo spazio possa un giorno ospitare infrastrutture scalabili per il machine learning”. Nelle prossime settimane, ha aggiunto l’azienda, verranno raccolti dati in orbita sul comportamento delle Tpu rispetto alle sollecitazioni del volo spaziale, alle radiazioni e alle temperature estreme.
I chip verranno accesi inizialmente per intervalli di circa 15 minuti, per non mettere sotto pressione alimentazione e raffreddamento; il test servirà anche a capire come le Tpu reagiscono alle radiazioni. Google immagina data center composti da gruppi di 81 satelliti in grado di lavorare insieme e comunicare attraverso collegamenti laser ad alta velocità, sfruttando l’energia solare, ma restano aperte questioni sulla fattibilità e sulla sostenibilità dei costi.
Big G non è l’unica realtà che lavora a soluzioni simili. La startup Starcloud, sostenuta da Nvidia, lo scorso dicembre ha addestrato per la prima volta un modello di intelligenza artificiale direttamente dallo spazio. A giugno Elon Musk ha presentato il satellite AI1 di SpaceX, progettato per funzionare come data center orbitali dedicati all’IA.



























































