Con il Pnrr in dirittura d’arrivo, la spinta agli investimenti che ha sostenuto la crescita italiana rischia di attenuarsi, avverte il direttore generale di Confindustria, Maurizio Tarquini. «La spinta c’è ancora ma si attenua. È come togliere l’acceleratore. Non ci sarà un crollo degli investimenti ma l’economia deve trovare altre gambe per crescere. Questa è la sfida vera», dichiara in un colloquio con l’ANSA, lanciando l’idea di «un nuovo Pnrr: un Pnrr 2.0».
Per reperire risorse Tarquini indica come priorità lo sblocco del risparmio privato: «Uno degli obiettivi principali del nostro Paese deve essere quello di sbloccare il risparmio privato, un ammontare spaventoso: 1.500 miliardi fermi sui conti correnti a rendimento zero, 400 miliardi dei fondi di previdenza». Secondo il dg di Confindustria vanno «create misure di incentivo e disincentivo perché una parte di queste risorse affluisca su progetti pubblici. È tra le nostre proposte per la manovra». Anche «solo l’1% dai conti correnti ed il 2,5% dai fondi pensione» significherebbe immettere nell’economia reale «25 miliardi: una spinta notevolissima».
Tarquini sottolinea il ruolo determinante del Pnrr nella crescita: «L’impatto del Pnrr sul Pil è stato significativo. Senza non saremmo cresciuti. Le simulazioni del nostro centro studi indicavano già un anno fa che senza Pnrr il 2025-26 sarebbe stato di stagnazione». Proprio per questo, aggiunge, «non possiamo considerare il Pnrr una parentesi. Siamo entrati in quel percorso, ci dobbiamo restare».
Il direttore generale anticipa alcuni contenuti dell’approfondimento che il centro studi di Confindustria diffonderà con il rapporto di autunno sulle previsioni economiche: il Pnrr «sostiene la metà della crescita prevista per l’economia italiana nel 2026. Le stime dell’Upb attribuiscono un contributo di circa 0,5 punti percentuali». Per il 2027, però, «è come togliere l’acceleratore». Questo scenario pesa in particolare sui comparti che si sono retto su incentivi e commesse legate al Pnrr: costruzioni, infrastrutture, efficientamento edilizio e filiere dell’energia e della rigenerazione urbana. «Se si ferma il flusso di incentivi vanno in sofferenza prima», avverte Tarquini.
Sulle condizioni dei conti pubblici il giudizio è di cautela: «Non c’è spazio per altro debito. Il deficit è al 2,9%, l’uscita dalla procedura per disavanzo eccessivo è possibile nel 2027, gli interessi pesano il 4,1% del Pil. Compromettere questo percorso costerebbe più di quanto darebbe. E quindi ben venga la prudenza sui conti pubblici adottata dal Governo».
Nel complesso Confindustria valuta positivamente il percorso del Pnrr: «Su un Piano così vasto e complesso, e con scadenze così rigide, non era scontato», osserva Tarquini, evidenziando che la prestazione della pubblica amministrazione «è ottima». Il Pnrr, prosegue, «ha sostenuto gli investimenti, ha ridotto ritardi cronici come su Giustizia e pagamenti della P.a, ha migliorato il funzionamento della Pubblica Amministrazione». Resta però un’incognita cruciale: «Il giudizio definitivo dipende da una domanda a cui oggi non possiamo ancora rispondere adeguatamente: gli investimenti e le riforme hanno alzato in modo permanente la produttività? In altre parole, il Piano è stato in grado di trasformare le risorse impiegate in benefici economici e sociali duraturi? Finché non lo sapremo il giudizio resta incompleto».


























































