sabato, Ottobre 17, 2026
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Festa di Roma: Knife di Alex Gibney racconta il tentato omicidio di Salman Rushdie

Il documentario Knife: The Attempted Murder of Salman Rushdie, firmato dal premio Oscar Alex Gibney e in corsa alla Festa di Roma nella sezione documentari, ricostruisce il percorso di riabilitazione fisica ed esistenziale dello scrittore dopo l’attentato del 12 agosto 2022 a Chautauqua (New York). Grazie alla testimonianza diretta di Rushdie e ai filmati girati dalla moglie, il regista ripropone con puntualità le conseguenze dell’aggressione, che secondo il racconto dello scrittore gli ha causato «la perdita della vista da un occhio e l’uso della mano sinistra».

Il film, nato in contemporanea con l’omonimo memoriale di Rushdie Coltello: Meditazioni dopo un tentato assassinio (Mondadori, 2024), ripercorre le fasi dell’attacco compiuto quattro anni fa dall’allora 24enne Hadi Matar, californiano di origine libanese, che durante una conferenza dello scrittore è saltato sul palco e lo ha accoltellato più volte al volto, a un braccio e all’addome. La scena, definita particolarmente cruda, viene mostrata più volte e con dettagli sempre più serrati.

A emergere nel documentario, oltre alle immagini inedite realizzate dalla moglie di Rushdie, la fotografa e poetessa Rachel Eliza Griffiths, è soprattutto il racconto in prima persona del recupero fisico ed emotivo dello scrittore, accompagnato da considerazioni filosofiche e intime. Rushdie si interroga su molte questioni: sull’attentatore, che vorrebbe incontrare; sulla meraviglia del corpo umano e sulla sua capacità di recupero; e sulla natura del coltello, definito un’arma «intima» che richiede contatto e vicinanza.

In uno dei passaggi riportati, lo scrittore afferma: «Sono stato attaccato, ho avuto la sensazione di sperimentare prima il peggio dell’umanità, incarnato dal mio aggressore, ma poi forse anche il meglio, perché le prime persone a salvarmi la vita sono venute dal pubblico. Alcuni spettatori si sono precipitati sul palco e gli si sono buttati addosso, impedendogli di continuare il suo ‘lavoro’, perché lui non si sarebbe fermato e poi – conclude – mi hanno dato un primo fondamentale soccorso».

La critica ha elogiato il documentario soprattutto per l’eccezionalità delle immagini girate dalla moglie, per la capacità di Rushdie di affrontare il trauma con ironia e lucidità e per il valore dei suoi discorsi sull’importanza della libertà di parola. Tra gli appunti critici, viene segnalata la scarsa distanza critica del regista dal protagonista: un documentario prevalentemente dal punto di vista di Rushdie.