Welfair – La fiera del fare Sanità, in corso a Roma fino al 16 ottobre, sposta lo sguardo oltre la medicina di genere verso quella che gli organizzatori definiscono “medicina delle differenze”. Dal tavolo di lavoro dedicato è emerso che non basta più distinguere tra uomini e donne per garantire cure appropriate: età, condizioni socioeconomiche, ambiente di vita, cultura, accessibilità dei servizi e caratteristiche individuali influenzano la salute, l’efficacia dei trattamenti e le opportunità di prevenzione.
A delineare le nuove verticali presenti a Welfair è stata Anna Maria Moretti, presidente della Società italiana e internazionale di medicina di genere. “Il concetto di medicina di genere è oggi notevolmente evoluto ed è passato dalla esclusiva considerazione di parametri biologici quali il sesso, l’età e l’etnia, ad una valutazione sicuramente più complessa — spiega Moretti — Gli indicatori di contesto, quali le condizioni sociali, economiche, culturali, religiose, ambientali sono indispensabili per una raccolta di dati utili allo sviluppo di sistemi sanitari efficaci ed efficienti. La valutazione delle differenze di sesso e genere è un elemento fondamentale per lo sviluppo di una medicina equa, appropriata ed inclusiva. E l’utilizzo di specifici indicatori deve diventare una parte integrante anche dei programmi di assistenza, ricerca, formazione, comunicazione. La conoscenza dei dati disaggregati per sesso e genere è fondamentale per valutare i rischi, i bisogni del cittadino, l’accesso ai percorsi di cura, gli outcome delle malattie, al fine di definire delle strategie specifiche per garantire un trattamento appropriato sia in ambito di prevenzione che di percorso diagnostico terapeutico. La dimensione di genere nella salute è oggi quindi una necessità di metodo e analisi”.
Un’applicazione concreta di questa prospettiva riguarda il percorso nascita. “La crescente attenzione verso esperienze di parto rispettose della fisiologia, della dignità e delle scelte della donna pone il sistema sanitario di fronte alla necessità di conciliare sicurezza e umanizzazione dell’assistenza — afferma Maria Gabriella De Silvio, vicepresidente nazionale Gruppo italiano salute e genere (Giseg) — Il parto dolce non può essere interpretato come una contrapposizione tra naturalità e medicina ma come un modello di presa in carico capace di valorizzare la centralità della donna senza rinunciare alle competenze professionali, alla gestione tempestiva delle complicanze e alla disponibilità di servizi adeguati”.
De Silvio ha condotto il tavolo di Welfair intitolato “Parto dolce, nascita in sicurezza: modelli integrati per una nuova governance del percorso nascita”, nel quale sono stati messi a confronto professionisti sanitari, società scientifiche, istituzioni e rappresentanti dei servizi territoriali. Al centro del confronto il ruolo dei consultori, delle ostetriche di comunità, dei punti nascita e delle reti di emergenza-urgenza nella costruzione di un’assistenza coordinata e sicura.
La necessità di personalizzazione e continuità assistenziale interessa l’intero percorso di vita femminile: dall’infanzia all’età fertile, dalla maturità alla menopausa, la salute della donna richiede risposte differenziate che non possono essere affrontate con interventi isolati o percorsi frammentati. “La prevenzione — osserva De Silvio — deve accompagnare le trasformazioni biologiche e sociali della vita integrando medicina generale, specialistica, servizi territoriali e dimensione sociosanitaria. L’obiettivo deve essere quello di individuare modelli capaci di accompagnare la donna nelle diverse fasi della vita, garantendo continuità nella presa in carico, appropriatezza degli interventi e accesso equo alla prevenzione”.



























































