MARCIANISE — La Procura di Napoli ha presentato appello al Tribunale del Riesame contro il rigetto delle misure cautelari relative alle contestazioni di associazione mafiosa e concorso esterno nell’ambito di un’inchiesta che ipotizza non solo corruzione, ma anche una presunta infiltrazione del clan Belforte negli appalti dell’Alta velocità.
L’indagine, condotta dalla Guardia di finanza, riguarda i rapporti tra esponenti del clan e gli imprenditori Dante e Raffaele Salzillo, ai quali gli investigatori collegano la società Areco. La Procura chiede la custodia cautelare in carcere per Camillo Belforte — figlio dello storico boss Domenico, detto Mimì ’e Mazzacane — per il cugino Pasquale Belforte, per Dante Salzillo e per Gianfranco Gaudiano. Ai due esponenti del clan viene contestata l’associazione mafiosa, mentre agli altri due il concorso esterno.
Secondo l’accusa, gli imprenditori avrebbero favorito l’ingresso di società riconducibili al clan nelle commesse pubbliche, anche nei cantieri della linea ferroviaria Napoli-Bari, contribuendo così a garantire nuove entrate al gruppo criminale. Gli investigatori ipotizzano inoltre il ricorso alla capacità intimidatoria del clan nella gestione dei rapporti con i lavoratori.
Tra gli elementi acquisiti figura una conversazione intercettata in cui Dante Salzillo avrebbe definito l’affare come un’attività in grado di assicurare guadagni continuativi. Al vaglio degli inquirenti c’è anche una telefonata relativa a documenti che sarebbero stati rimossi o distrutti.
Nell’ambito dell’indagine erano state richieste 41 misure cautelari. Il gip ne ha disposte 20 per diverse ipotesi di reato — tra cui corruzione, sfruttamento del lavoro e false fatturazioni — escludendo però l’aggravante mafiosa e respingendo le richieste relative all’associazione mafiosa e al concorso esterno.
La Procura ha inoltre chiesto il sequestro delle quote e dell’azienda Areco, ritenendo concreto il rischio di un suo ulteriore utilizzo per attività illecite. La decisione spetta ora al Tribunale del Riesame.
Le contestazioni restano al vaglio della magistratura e per tutti gli indagati vale la presunzione di innocenza fino a un’eventuale condanna definitiva.






























































