sabato, Ottobre 17, 2026
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Pietra Ligure: acqua non potabile, Carrara chiede chiarezza su discariche e bollette

L’emergenza sulla potabilità dell’acqua a Pietra Ligure resta al centro del dibattito politico e sociale. A sollecitare chiarimenti e indagini rigorose è Mario Carrara, capogruppo della Lista Indipendente per Pietra, che ha ricostruito la vicenda richiamando la storica qualità della risorsa idrica locale e denunciando le conseguenze attuali per i cittadini.

Carrara ha ricordato come l’acqua di Pietra Ligure “vantasse la fama, nei secoli passati, di essere la più buona acqua della nostra Riviera”, citando i racconti di sua nonna, classe 1894, secondo cui la qualità dell’acqua era fra i motivi che avevano spinto i primi bagnanti a scegliere Pietra. Anche l’acquisto di casette da parte dei “Pii Istituti ospedalieri Santa Corona-Milano” sarebbe stato motivato, ha detto Carrara, dalla presenza di “tanta e buonissima” acqua.

Nel corso degli anni la disponibilità idrica è stata un punto di forza per l’offerta turistica del territorio: “Mentre altrove tante località ‘arrancavano’ e dovevano fare i conti con penuria d’acqua e crescenti dosi della salinità, a Pietra Ligure l’acqua non è mai mancata”, ha ricordato il capogruppo. Negli anni ’80, ha aggiunto, i primi pozzi artesiani di via Bixio al Soccorso, profondi 33 metri, mostrarono segnali di filtrazione salina in periodi di siccità, portando a trivellazioni più a monte fino a 64 metri e alimentando la convinzione degli anziani sull’esistenza di un lago sotterraneo.

Carrara ha elencato i pozzi realizzati e tuttora attivi: quello vicino a piazza Nenni sotto via Morelli; i due presso il campo da calcio di via Nazario Sauro; e i due dislocati sul Rio Scalincio, “uno verso Giustenice e l’altro davanti alla rivendita idraulica nella zona della futura stazione ferroviaria”, sottolineando che tre pozzi gravitano sul Maremola e due sullo Scalincio.

Secondo Carrara la situazione odierna è scaturita dall’applicazione del d.lgs. 18/2023, che ha recepito le direttive europee abbassando i limiti di tolleranza per le particelle di origine chimico-plastica PFAS. Non essendoci attività industriali a monte, ha spostato l’attenzione sulle discariche collinari, riferendo testimonianze raccolte sul campo: “Anziani cacciatori, proprio stamattina, 15 Ottobre, ci confermavano l’esistenza di ‘percolati’ nerastri e maleodoranti che fuoriuscivano dal terreno sotto alla discarica di Magliolo per finire nel torrente sottostante”. Una situazione analoga, ha detto, sarebbe riscontrabile sul monte Grosso dal lato di Borgio Verezzi. “Se fosse così, non sarebbe il caso che si facessero dei controlli approfonditi e rigorosi? Cosa c’è effettivamente sotto quelle discariche? Anche perché se qualche verità sussistesse, ci troveremmo con una sorta di ‘Terra dei fuochi’ in Liguria!”, ha avvertito Carrara.

Riguardo ai tempi ipotizzati di circa due mesi per l’installazione dei filtri, Carrara ha osservato che la semplice posa dei macchinari “non può essere considerata risolutiva”: “Non riteniamo che ci si possa limitare, in una situazione come la presente, ad installare dei filtri …ed a finirla lì. No, si deve andare ad indagare e ricercare le cause vere che hanno provocato questa catastrofe”, ha detto, mettendo in guardia sul rischio che i percolati continuino a inquinare la falda.

Il capogruppo ha inoltre descritto i disagi quotidiani dei residenti: impossibilità di bere l’acqua, di usarla per preparare alimenti o ghiaccio, per le macchine del caffè e “addirittura” per il lavaggio delle stoviglie nelle lavapiatti, con ricadute su panifici, bar e ristoranti. Critico anche il livello dell’assistenza: “3 soli sono i punti in cui le autobotti erogano l’acqua. Ci sembrano senz’altro pochi per una città che, anche se ha 8200 residenti, vede gravitare su di sé non meno di 10/12.000 persone”, ricordando che l’acqua fornita va comunque fatta bollire.

Sul piano amministrativo ed economico, Carrara annuncia una battaglia in Consiglio comunale: “In Consiglio comunale chiederemo che sia proprio il Comune, non i singoli cittadini o associazioni, a farsi promotore dell’iniziativa per cui per tutto il periodo di non potabilità dell’acqua, le bollette non vengano emesse o siano drasticamente ridotte”. “Se essa, ufficialmente, non è in grado di erogarla, perché il cittadino dovrebbe pagare pienamente per un servizio che non gli viene reso?”, ha aggiunto.

Infine Carrara ha sollecitato l’esame di soluzioni alternative e di controlli mirati: ha chiesto se “è stata fatta un’analisi specifica ed approfondita dell’acqua dei due pozzi a margine del Torrente Scalincio, quindi verso la vallata di Giustenice?”, osservando che quei pozzi non gravitano sul Maremola e potrebbero essere immuni da contaminazioni. Ha inoltre richiamato il ruolo della sorgente dell’Isorella, una risorgiva che nasce a Magliolo al di sopra della discarica e rifornisce Ranzi e via San Francesco, e ha affermato che “il monte Grosso ‘superiore’ e tutta la frazione Ranzi godrebbero ancora dell’acqua pienamente potabile proveniente dalla fonte dell’Isorella..!” Per questo motivo si è chiesto quale senso abbia l’ordinanza di divieto per questi due luoghi della città. Secondo Carrara, incrementando l’utilizzo dell’Isorella — attualmente sfruttata solo al 40/50% — e collegando eventualmente il pozzo del Consorzio Irriguo di Ranzi, “si potrebbero alleviare o persino risolvere le criticità idriche attuali”.