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Roma: Sylvio Giardina fonde couture e arte in performance al Convento di Trinità dei Monti

di Patrizia Vacalebri

Tra alta moda, arte e mito, Sylvio Giardina ha scelto il refettorio del Convento di Trinità dei Monti per presentare la sua nuova collezione attraverso una mostra-performance che fonde sartoria e arti visive.

Al centro del progetto c’è una distinzione concettuale: esiste un savoir-faire delle mani, che nasce dalla pratica, dall’esperienza e dalla conoscenza dei materiali, e un savoir-faire dell’animo, che si esprime nel modo di relazionarsi agli altri, nella cura, nell’attenzione e nella condivisione. Per Giardina, quando queste due dimensioni si incontrano, il mestiere si trasforma in arte.

La pratica sartoriale dello stilista assume così il linguaggio delle arti visive: termini come stratificazioni, campiture e velature si intrecciano con la consapevolezza della materia e della storia. A Roma Giardina ha presentato la collezione con un impianto che coniuga couture e immaginario visivo, trasformando lo spazio espositivo in un’ambiente di lavoro partecipato.

Nel Seicento Andrea Pozzo affrescò il refettorio del convento con le scene delle Nozze di Cana con l’intento di rendere i monaci “invitati” al banchetto dipinto. Allo stesso modo lo stilista ha voluto che il refettorio fungesse da atelier: non spettatori ma persone attive — dall’artista ai suoi assistenti — partecipano a un processo che si svolge davanti ai loro occhi e che si modifica per mano loro.

L’idea riprende una precedente tappa presentata a Parigi durante la settimana dell’alta moda, al Musée de Cluny, dove Giardina, stilista di origini siciliane nato a Parigi, aveva proposto una collezione nata dal confronto con i sei arazzi del ciclo La dama con l’unicorno. Quegli abiti, nati in dialogo con trama e tema decorativo degli arazzi, erano inseriti in una scenografia immersiva ideata dallo stilista, in una logica analoga a quella della sala affrescata da Pozzo: lo spazio pittorico diventa uno spazio partecipato e, nella versione di Giardina, un intimo atelier in cui condividere il processo creativo.

Nel secondo capitolo della performance prende forma un cartone preparatorio costruito per collage: frammenti di immagini stampate con scene de La dama con l’unicorno e delle Nozze di Cana vengono decostruiti e ricomposti. L’operazione di frammentazione — come tessere intagliate e riposizionate sul pavimento — mira a immaginare un possibile “settimo arazzo”. I tasselli, tenuti da cucchiai, invitano a servirsi e a consumare insieme non per concludere ma per iniziare una nuova esperienza.

La collezione presenta tessuti trattati come materia plastica, che danno vita a gonne dai volumi importanti e a corpetti scollati e arricciati con complesse plissettature. Gli abiti assumono l’aspetto di sculture: opere di abilità manuale e di profonda conoscenza delle tecniche sartoriali più complesse, declinate in colori densi e pittorici, di matrice rinascimentale, come il rosso pompeiano, il glicine e l’azzurro cielo.