Un’ampia ricerca internazionale pubblicata sul British Medical Journal (Bmj) conclude che l’uso di farmaci antidepressivi, se prescritti alle dosi corrette e in base alla situazione del paziente, non aumenta il rischio di gravi problemi cardiaci.
I ricercatori hanno analizzato dati clinici ed elettrocardiogrammi di 8.679 pazienti coinvolti in 35 studi clinici, monitorando l’attività elettrica del cuore per valutare possibili effetti dei farmaci. Le persone osservate assumevano dieci differenti tipi di antidepressivi. Alcuni farmaci, in particolare amitriptilina ed escitalopram, possono alterare il tratto QT dell’elettrocardiogramma, parametro che in alcune condizioni può favorire l’insorgenza di aritmie pericolose; tuttavia, nello studio queste complicazioni non si sono verificate nella popolazione analizzata.
Per confermare i risultati, una seconda indagine, estesa a oltre 52mila persone, ha escluso un aumento di infarti o di morti cardiache tra i pazienti in cura con antidepressivi rispetto a chi non li assumeva.
L’idea alla base del progetto nasce a Verona: il 17 settembre 2010, durante un incontro al Policlinico, medici dell’ateneo si sono interrogati sugli effetti cardiaci delle terapie per psicosi e depressione. Dal confronto sono partiti il professor Flavio Luciano Ribichini e il ricercatore Andrea Cipriani, che hanno messo in dubbio un legame diretto tra alterazioni dell’elettrocardiogramma e aritmie gravi.
Lo sviluppo del lavoro è proseguito grazie alla collaborazione tra il dipartimento di Medicina dell’Università di Verona, la Cardiologia dell’Azienda ospedaliera universitaria integrata (Aoui) e l’Università di Oxford. Il trasferimento di Cipriani in Inghilterra ha permesso la sinergia tra la Psichiatria del Warneford Hospital di Oxford e la Cardiologia di Verona, rendendo possibile la raccolta e l’elaborazione di una grande mole di dati.
«I risultati mostrano che le alterazioni elettrocardiografiche provocate dagli antidepressivi, quando i farmaci vengono utilizzati alle dosi raccomandate, non si traducono in problemi cardiaci nella pratica clinica», spiega Ribichini, direttore della Clinica cardiologica dell’Aoui e della Scuola di specializzazione in Malattie dell’apparato cardiovascolare dell’Università di Verona. «La prescrizione risulta quindi sicura quando viene adeguata alle caratteristiche e al contesto clinico di ogni paziente».
Ribichini sottolinea l’utilità della pubblicazione: «Questa pubblicazione mette a disposizione della comunità scientifica dati che possono rassicurare i medici chiamati a prescrivere antidepressivi». Secondo il direttore, il lavoro è nato dall’osservazione clinica, dall’analisi delle evidenze e da una collaborazione costruita nel tempo tra ricercatori di Verona e di Oxford.





























































