martedì, Ottobre 20, 2026
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Italia e Francia, vetrine rotte e rabbia giovanile: il conto del turbocapitalismo

Le immagini delle devastazioni nelle grandi città in Italia e in Francia non si esauriscono come pura cronaca nera né come il ripetersi di una guerriglia urbana già vista. A molti il pensiero corre subito agli anni Settanta e ai fantasmi della Strategia della tensione: infiltrati, disordini pilotati e l’idea cinica di esasperare l’opinione pubblica per chiedere leggi speciali e misure repressive dello Stato.

Tuttavia fermarsi alle categorie del Novecento sarebbe fuorviante. La società odierna è profondamente cambiata, frammentata e più aggressiva. Per interpretare quanto avviene nelle piazze è necessario guardare ai nodi irrisolti del presente: i maranza, le seconde e terze generazioni, le discriminazioni sistemiche, il turbocapitalismo e la corsa al profitto a ogni costo. Va inoltre chiamata in causa la responsabilità della politica, da una sinistra ormai incline al neoliberismo a una destra di governo sensibile alle logiche di mercato.

Il cortocircuito tra disuguaglianze crescenti e l’illusione del profitto è sotto gli occhi di tutti. Oggi molti si dicono scandalizzati dal carovita e da un sistema economico elitario che drena ricchezza dalle comunità per concentrarla nelle mani di pochi miliardari, ma i segnali di questo collasso sociale erano evidenti già da tempo. Le politiche economiche degli ultimi decenni hanno favorito una mercificazione totale: guerre finanziate a discapito della sanità pubblica e della scuola, e un’immigrazione tollerata non per reali ragioni di accoglienza, ma come serbatoio di manodopera a basso costo utile ad abbassare i salari medi e a smantellare i diritti dei lavoratori.

In questo terreno di “terra bruciata” crescono i più giovani. I maranza sono spesso ragazzi, talvolta minorenni, allevati nel culto esclusivo del denaro. Vivono in contesti dove la povertà è stigmatizzata e il valore della persona si misura sulle griffe indossate. I modelli di successo che la società propone risultano svuotati di etica: tutto sembra lecito pur di emergere, purché si faccia cassa e si ottenga una vita agiata.

C’è poi un elemento generazionale che aggrava la tensione sociale. Molti di questi giovani provengono da famiglie le cui terre sono state saccheggiate, colonizzate e depredate dall’Occidente, costringendo padri e nonni all’esodo. Pretendere che nutrano rispetto o gratitudine verso un sistema turbocapitalista che ha calpestato le loro radici appare illusorio. Per questo le manifestazioni offrono il pretesto per un regolamento di conti: rompere le vetrine delle grandi multinazionali, oltre al gesto vandalico, diventa un atto di rivendicazione generazionale, la manifestazione di un risentimento ereditato e alimentato da soprusi subiti.

La riflessione sul presente conduce a un bivio: verso una società più equa o verso un progressivo degrado. Se ci si fosse liberati per tempo dall’ideologia del profitto senza regole, oggi non si starebbe a contare danni e a rincorrere emergenze. Per sconfiggere vecchie ideologie l’Occidente ha spalancato le porte a un capitalismo selvaggio capace di piegare gli Stati ai propri interessi. I maranza e la violenza delle piazze non sono corpi estranei, ma sintomi acuti di una malattia sociale prevista e poi ignorata.

Finché la disuguaglianza resterà considerata un effetto collaterale tollerabile, le piazze continueranno a incendiarsi. La risposta non può limitarsi all’ordine pubblico: serve una radicale ridiscussione delle regole del gioco economico e sociale.