martedì, Ottobre 20, 2026
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Roma, Mungiu presenta Fjord e parla delle ragioni della tolleranza

Alla Festa di Roma Cristian Mungiu ha presentato Fjord, Palma d’oro quest’anno a Cannes e scelto dalla Romania come candidato per il miglior film internazionale agli Oscar. “Viviamo in bolle separate, non comunichiamo gli uni con gli altri e tutti continuiamo a credere di avere ragione, di essere depositari della verità. Così non si va da nessuna parte. Bisogna trovare le proprie risposte per cercare di capire come si possa essere più inclusivi rispetto ai punti di vista degli altri”, ha detto il regista.

Il film, in sala dal 19 novembre con Bim, racconta la vicenda della famiglia Gheorghiu: una coppia cattolica romeno-norvegese devota, composta da Sebastian Stan nel ruolo di Mihai Gheorghiu e Renate Reinsve in quello di Lisbet, con cinque figli, compreso un neonato. La famiglia è ben integrata nel piccolo villaggio sul fiordo e ha molti legami con i vicini, gli Halberg. Quando l’adolescente Elia Gheorghiu si presenta a scuola con alcuni lividi sul corpo, però, la comunità scolastica comincia a interrogarsi sull’educazione tradizionale impartita dai genitori.

La vicenda procede dalla scuola alla protezione dell’infanzia fino a un lungo processo che mette in collisione due concezioni di educazione e di libertà familiare: da una parte una famiglia religiosa e tradizionale, dall’altra uno stato sociale nordico molto laico e tollerante. Tra le scene più forti del film ci sono quelle del distacco dai figli e della violenza della madre nel veder salire su un van nero tutti e cinque i suoi bambini affidati a famiglie temporanee; una prova molto intensa, secondo il testo, dell’attrice Renate Reinsve. A molti spettatori la storia ha ricordato quella della “famiglia del bosco”.

Riguardo al suo approccio al cinema Mungiu ha spiegato: “Quando faccio un film voglio che le persone utilizzino il proprio spirito critico nel giudicare i fatti. Quello che cerco di fare è costruire così un lavoro in cui ci sono tutte le informazioni, gli accenni, i riferimenti per poter giudicare, capire tutto il possibile e immaginare la situazione. Ovviamente se c’è stata violenza non si discute, si salvano i bambini, ma ci sono molti casi in cui questo non è chiaro.” Ha poi osservato che molte di queste famiglie, quando arrivano in Norvegia, “non ne condividono gli stessi valori, perché vengono da Paesi in via di sviluppo e hanno così un modo di pensare lontano da quello dell’Occidente.” E ancora: “Se vieni da un Paese molto povero, dove lotti per la sopravvivenza, non avrai certo la stessa empatia. Non tutti hanno beneficiato di cento anni di benessere e istruzione”.

Conclude il regista che l’obiettivo è “mantenere una posizione neutrale, priva di giudizi, per far riflettere il pubblico sull’importanza di ascoltare le argomentazioni degli altri, anziché credere di essere gli unici depositari della verità. Questa, secondo me, è l’unica strada da percorrere, una strada comunque molto lunga”.