L’assemblea nazionale del Partito Democratico proroga il mandato della segretaria e la indica come candidata alle eventuali primarie del centrosinistra. Ma le regole della coalizione restano da definire e i riformisti contestano il metodo. La domanda politica è inevitabile: si sta costruendo un progetto di governo o si sta decidendo prima chi dovrà guidarlo?
Editoriale politico – 20 ottobre 2026
ROMA – Il Partito Democratico ha scelto la propria candidata. Il centrosinistra, invece, deve ancora decidere come scegliere il suo leader e quale programma presentare agli italiani.
È questa la contraddizione che emerge dall’assemblea nazionale del PD del 18 ottobre, una riunione che ha rafforzato la posizione di Elly Schlein ma ha lasciato aperte alcune delle questioni più delicate per il futuro della coalizione progressista.
La segretaria ha annunciato la propria disponibilità a candidarsi alla presidenza del Consiglio, con o senza primarie. L’assemblea ha approvato un ordine del giorno che la designa come candidata del partito qualora il centrosinistra scelga di ricorrere alle primarie.
Una decisione legittima, assunta dagli organismi del PD. Ma che apre un interrogativo: quanto spazio resta per il confronto quando uno dei principali partiti della coalizione ha già indicato il proprio nome prima che gli alleati abbiano concordato le regole della competizione?
I numeri dell’assemblea: Schlein rafforzata, ma non senza dissensi
I risultati delle votazioni raccontano un partito largamente schierato a sostegno della segretaria.
La modifica statutaria che consente di rinviare il congresso a dopo le prossime elezioni politiche è stata approvata con 602 voti favorevoli, uno contrario e un astenuto.
L’ordine del giorno che indica Schlein come candidata del PD alle eventuali primarie di coalizione ha invece raccolto 578 voti favorevoli, tre contrari e 26 astensioni.
Non si tratta quindi di una leadership priva di consenso.
Schlein è stata eletta segretaria attraverso le primarie del 2023 e oggi dispone di un sostegno molto ampio negli organismi del partito.
Sarebbe scorretto negarlo.
Ma sarebbe altrettanto sbagliato confondere la legittimazione alla guida del PD con quella necessaria per rappresentare un’intera coalizione.
Sono due mandati differenti.
E proprio questa distinzione è destinata a diventare uno dei nodi del confronto con Giuseppe Conte e gli altri interlocutori del centrosinistra.
Il nodo delle primarie: chi decide davvero il candidato premier?
La discussione non riguarda soltanto il nome di Elly Schlein.
Riguarda il metodo.
Se il centrosinistra organizzerà primarie aperte, dovrà stabilire chi potrà partecipare, quando si voterà e quali regole saranno applicate.
Il Movimento 5 Stelle ha manifestato interesse per un confronto che comprenda anche la scelta della leadership. Conte ha insistito sulla necessità di definire prima un programma condiviso e poi affrontare la competizione.
All’interno dello stesso PD, la componente riformista ha contestato l’ordine del giorno che designa la segretaria come unica candidata del partito.
Lorenzo Guerini ha sollevato una questione di compatibilità con le disposizioni statutarie, pur ribadendo il sostegno politico a Schlein in un’eventuale competizione di coalizione.
È una distinzione importante: contestare una procedura non equivale necessariamente a contestare la persona.
Il punto è stabilire se il PD possa escludere preventivamente la partecipazione di altri suoi esponenti a eventuali primarie del centrosinistra e in che modo questa scelta si concili con le regole interne.
Le regole di una competizione dovrebbero essere conosciute prima che inizi. Altrimenti ogni decisione rischia di essere interpretata come un vantaggio concesso a qualcuno.
Prima il programma, dice Schlein. Ma la candidatura è già sul tavolo
Va riconosciuto un elemento che rende il quadro meno semplice di quanto suggeriscano alcune polemiche.
Schlein non ha sostenuto che il programma sia irrilevante.
Al contrario, durante l’assemblea ha rivendicato la necessità di costruire un progetto comune con le altre forze progressiste.
Ha richiamato temi come salari, sanità , costo della vita e politiche sociali, sottolineando la disponibilità del PD a lavorare con gli alleati.
Il partito rivendica inoltre un documento condiviso contenente 21 punti di politica economica e sociale.
Dunque non sarebbe corretto affermare che il PD non abbia alcuna proposta.
Il problema politico è un altro: un insieme di proposte del PD non coincide ancora con un programma di governo approvato da tutta la coalizione.
Su politica estera, energia, giustizia, lavoro, industria e gestione delle risorse pubbliche esistono sensibilità differenti.
Per trasformare un’alleanza elettorale in una proposta di governo servono accordi precisi.
E non basta dichiarare di voler governare insieme per dimostrare di essere pronti a farlo.
Il campo largo non può essere soltanto una somma di partiti
Un’alleanza politica ha bisogno di un obiettivo comune, ma anche di strumenti concreti per realizzarlo.
Il centrosinistra può trovare punti di convergenza su sanità pubblica, salari, contrasto alla precarietà e sostegno alle famiglie.
Su altri temi, però, il confronto potrebbe rivelarsi più complicato.
La politica estera, il sostegno all’Ucraina, le scelte energetiche e le priorità economiche rappresentano terreni sui quali le diverse forze politiche hanno espresso posizioni non sempre coincidenti.
Sono differenze che non rendono impossibile un accordo.
Rendono però indispensabile negoziarlo.
Una coalizione credibile deve spiegare agli elettori non soltanto contro chi intende competere, ma soprattutto quali decisioni sarebbe pronta ad assumere una volta arrivata al governo.
Altrimenti il rischio è che la discussione sulla leadership assorba energie che dovrebbero essere dedicate ai contenuti.
Il PD dei fedelissimi? Il vero problema è la trasparenza delle scelte
Un’altra questione riguarda il rapporto tra la segretaria e le diverse componenti del partito.
Ogni leader politico ha bisogno di collaboratori che condividano la sua linea.
Non c’è nulla di anomalo in questo.
La difficoltà nasce quando le scelte sulle candidature, sugli incarichi e sulla rappresentanza interna vengono percepite come il risultato della vicinanza personale più che di criteri riconoscibili.
Nel caso del PD, le future liste parlamentari rappresenteranno un banco di prova significativo.
Quanto spazio sarà riservato ai territori? Come saranno valorizzate le competenze? Quale rappresentanza avranno le diverse sensibilità politiche?
Sono domande legittime.
Ma parlare di un sistema di fedelissimi senza indicare decisioni concrete e verificabili rischierebbe di trasformare una critica politica in un’accusa generica.
La trasparenza non si misura dalle dichiarazioni di principio: si misura attraverso le procedure e le decisioni.
Perché la posizione di Schlein ha anche una sua logica politica
C’è tuttavia un argomento a favore della scelta compiuta dall’assemblea.
Il PD è una delle principali forze del centrosinistra e la sua segretaria dispone di una legittimazione ottenuta attraverso una competizione aperta.
Presentarla come candidata naturale del partito può essere considerato un modo per dare continuità alla linea politica e offrire agli alleati un interlocutore chiaramente identificato.
Inoltre, l’ordine del giorno approvato dall’assemblea non equivale all’elezione automatica di Schlein a candidata dell’intera coalizione.
Se verranno organizzate primarie comuni, anche gli altri soggetti politici potranno rivendicare la possibilità di partecipare secondo regole condivise.
La scelta del PD può quindi essere letta come una candidatura politica anticipata, non necessariamente come un’imposizione agli alleati.
Resta però il problema del metodo.
Perché un partito può legittimamente indicare il proprio candidato, ma una coalizione deve decidere insieme come selezionare chi la rappresenterà .
Conte, gli alleati e il rischio di una competizione permanente
Il confronto con Giuseppe Conte è uno dei passaggi più delicati.
Il presidente del Movimento 5 Stelle ha richiamato più volte la necessità di un programma comune e di regole condivise per la scelta del candidato alla guida del governo.
Anche Alleanza Verdi e Sinistra ha presentato le proprie proposte, insistendo sull’unità delle opposizioni.
Queste iniziative dimostrano che il dibattito sui contenuti esiste.
Ma il confronto rischia di complicarsi se la competizione tra possibili candidati assumerà un peso maggiore rispetto alla definizione delle priorità comuni.
Non è necessario attribuire ambizioni personali a chi non ha ufficializzato una candidatura.
È sufficiente osservare che la scelta della leadership resta una questione aperta e che nessun partito può risolverla autonomamente per l’intera alleanza.
La vera sfida: convincere gli elettori, non soltanto il partito
La decisione dell’assemblea ha rafforzato la posizione di Schlein all’interno del PD.
Non ha però risolto automaticamente i problemi politici del centrosinistra.
Restano da definire il programma condiviso, il perimetro dell’alleanza e le eventuali regole per la scelta del candidato premier.
E soprattutto resta da convincere una parte dell’elettorato che una coalizione composta da forze differenti possa trasformarsi in una squadra di governo.
È una questione che riguarda tutte le forze politiche, non soltanto il PD.
Un leader può avere il consenso del proprio partito senza possedere automaticamente quello degli alleati.
Può avere un progetto ambizioso senza averne ancora definito tutti gli strumenti.
Può essere un candidato credibile senza essere l’unico possibile.
Il punto politico: la leadership non può sostituire il progetto
L’assemblea del 18 ottobre ha consegnato un risultato chiaro: Elly Schlein resta alla guida del PD fino alle prossime elezioni politiche e sarà la candidata indicata dal partito qualora si tengano primarie di coalizione.
Quello che ancora manca è una decisione comune del centrosinistra sul percorso da seguire.
La critica, dunque, non dovrebbe concentrarsi sul diritto della segretaria di candidarsi.
Quel diritto non è in discussione.
La questione è se la costruzione della coalizione saprà procedere attraverso un confronto autentico sui contenuti e sulle regole, oppure se il dibattito continuerà a ruotare soprattutto intorno ai nomi.
La domanda che il centrosinistra deve affrontare non è soltanto chi vuole andare a Palazzo Chigi, ma che cosa intende fare una volta arrivato lì.
Perché una candidatura può essere annunciata in un pomeriggio. Un programma condiviso, una coalizione credibile e la fiducia degli elettori richiedono molto di più.



























































