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Caserta, si chiude la mostra La verità nelle tracce: il bilancio dell’ex questore Argirò

Caserta — Si è conclusa oggi la mostra multimediale “La verità nelle tracce. Oltre 120 anni di Polizia Scientifica”, promossa dall’Università Vanvitelli e dalla Questura di Caserta. L’esposizione, inaugurata l’8 ottobre e allestita presso l’Aulario del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università Vanvitelli a Santa Maria Capua Vetere, ha proposto un percorso articolato in sette ambienti, ciascuno caratterizzato da un colore e da una disciplina specifica, per raccontare la storia della Polizia Scientifica dalle origini fino alle tecniche investigative più evolute e future.

All’iniziativa ha fatto seguito un intervento dell’ex questore Natale Argirò, che ha inviato un bilancio e alcune riflessioni sulla disciplina. Argirò ha definito la mostra “assolutamente molto interessante”, sottolineando l’allestimento in sette sale dotate di audioguida e l’assistenza degli operatori della Questura di Caserta, ma ha anche colto l’occasione per riflettere su limiti e tensioni che accompagnano l’attività forense in Italia.

Nella sua analisi, Argirò ricorda l’esistenza di ancora numerosi delitti irrisolti, citando fra gli altri i casi di Simonetta Cesaroni di via Poma, il mostro di Firenze, Liliana Resinovich di Trieste, Serena Mollicone di Arce e Nada Cella di Chiavari. Al contempo richiama indagini concluse che, secondo lui, hanno lasciato dubbi: i casi di Annamaria Franzoni, Yara Gambirasio, Sarah Scazzi, Meredith Kercher, Olindo e Rosa e Garlasco, con la condanna di Stasi oggi messa in discussione.

Argirò si interroga sulla valutazione complessiva dell’attività della polizia scientifica in Italia e richiama i principali soggetti operativi: la Polizia Scientifica, il Servizio civile della Polizia di Stato e i Reparti Investigazioni Scientifiche (R.I.S.), organismo militare dell’Arma dei Carabinieri. Descrive compiti e tecniche specialistici, che vanno dal cristallizzare la scena del crimine, cercare tracce e rilevare impronte, al prelevamento di tracce biologiche; dall’uso di scanner e laser per foto e video in 3D, al confronto di bossoli e proiettili con il microscopio elettronico; fino al rilevamento delle falsità grafiche, al “pulire” le intercettazioni e al riconoscimento delle voci, all’analisi di filmati e PC, alla clonazione di telefoni e al recupero di chat cancellate.

L’ex questore osserva che i due servizi spesso lavorano sullo stesso caso in parallelo — se la Polizia opera per la Procura, i Carabinieri forniscono una controprova e viceversa — e riconosce l’alto livello di preparazione degli operatori. Tuttavia segnala che, a seguito del caso Garlasco e della sua ampia risonanza, la fiducia verso i R.I.S. è in parte diminuita, alimentando sospetti sulla possibile influenza di gerarchie militari sulle valutazioni degli operatori.

Argirò richiama anche le origini storiche della disciplina: la nascita della Polizia Scientifica nel 1903 quando il medico legale Salvatore Ottolenghi, allievo di Cesare Lombroso, convinse il Capo della Polizia a istituire una scuola per l’uso di metodi scientifici nelle indagini. Negli anni ’20 e ’30 Ottolenghi realizzò l’Album dei delinquenti — definito antenato dell’archivio attuale che raggruppa 8 milioni di cartellini segnaletici — e introdusse il “sopralluogo scientifico” con la ricerca di impronte, sangue e orme. I Carabinieri, ricorda Argirò, fino al 1958 si appoggiavano alla Scientifica e hanno progressivamente raggiunto autonomia fino alla creazione del R.I.S. nel 1991; oggi, secondo lui, le metodologie adottate sono sostanzialmente le medesime.

La conclusione del suo intervento è un invito a dare fiducia a tutti gli operatori impegnati nella lotta al crimine e a riconoscere il merito ai «padri delle indagini di carattere scientifico».