Francesco Boccia, presidente dei senatori del Partito Democratico, ha definito in una nota “l’epitaffio di quattro anni di politica economica del Governo Meloni” il Documento programmatico di bilancio che, secondo il deputato, “Giorgetti manda oggi a Bruxelles”.
Boccia ricorda che il governo è arrivato a questo punto dopo “cinque manovre, miliardi annunciati, promesse ripetute” e pone l’accento su una serie di indicatori che, a suo avviso, segnano il bilancio della legislatura: “La crescita resta inchiodata a ritmi insufficienti, il debito torna ad aumentare in rapporto al PIL, i salari reali non hanno recuperato il potere d’acquisto perduto, mentre la pressione fiscale ha raggiunto il 43,5%”. Rileva inoltre che per costruire una manovra da “23,5 miliardi” Giorgetti sarebbe ancora alla ricerca di coperture e dovrebbe attendere le decisioni europee.
Il senatore sottolinea come non sia accettabile attribuire ogni difficoltà a fattori esterni: “Non si può continuare ad attribuire ogni difficoltà alle guerre, ai mercati, all’Europa o ai Governi precedenti”. “Le crisi internazionali colpiscono tutti — aggiunge —. La differenza la fanno le politiche con cui un Paese si prepara ad affrontarle. Altrimenti non si capirebbe perché Grecia, Portogallo e Spagna negli ultimi due anni siano cresciute più del triplo dell’Italia”.
Secondo Boccia, l’Italia arriva a questa quinta manovra in una situazione di fragilità sociale ed economica: “salari e pensioni erosi dai rincari, lavoratori esposti alla cassa integrazione, famiglie che rinunciano alle cure, una scuola che ha bisogno di investimenti e imprese innovative che chiedono infrastrutture, energia competitiva e una vera politica industriale”. In particolare critica l’aggravamento creato dall’aumento dei costi energetici: “proprio questo autunno il caro bollette e il caro carburanti sono diventati l’emergenza delle emergenze, aggravando le difficoltà di chi lavora, produce e vive del proprio reddito”.
Boccia avverte che non bastano “nuove agevolazioni annunciate senza coperture certe, né l’ennesima ricerca di risorse dell’ultimo momento” e osserva che “la flessibilità europea può offrire spazio per intervenire, ma non può sostituire una strategia nazionale per la crescita, la produttività, i salari e la sicurezza energetica”. Per questo motivo afferma che, dopo cinque manovre, “la destra non ha costruito un’Italia più forte: ha lasciato un Paese più fragile di fronte alle crisi, nel quale lavorare non basta più a difendere il proprio tenore di vita”.
Conclude con un richiamo alla responsabilità politica: “Un Governo si giudica da ciò che cambia nella vita delle persone, non dalla durata della propria permanenza a Palazzo Chigi. E se dopo quattro anni gli italiani pagano di più per vivere, curarsi, abitare e produrre, mentre la crescita continua a mancare, non siamo davanti a un destino inevitabile. Siamo davanti a precise responsabilità politiche. Il DPB — conclude — non racconta soltanto ciò che Meloni promette di fare nell’ultimo anno di legislatura. Racconta soprattutto tutto ciò che non è riuscita a fare nei quattro precedenti”.



























































