La questione del Macrico a Caserta, definita nel testo di apertura «troppo importante – strategica si potrebbe dire – per il futuro della città», è al centro di un dibattito tra interessi diversi: da proposte che mescolano ecologismo a operazioni speculative, a visioni più «hobbistiche» che guardano l’area solo in funzione di piste ciclabili, spazi per animali o impianti sportivi. Per chiarire i termini della discussione, Io24.it ha pubblicato un’intervista ad Antonio Pascale, scrittore e dottore agronomo, che ha vissuto a lungo a Caserta e conosce il Macrico.
Pascale ricorda il periodo descritto nel suo libro La Città Distratta, ambientato grosso modo tra il 1985 e il 1995, quando il Macrico non era ancora al centro del dibattito pubblico e si sognava una città «meno chiusa, meno militare, più ariosa» attraverso il recupero delle caserme. Richiamando interventi precedenti in cui parlava di un «Macrico verde e aperto» e della necessità di un «consumo di suolo zero», sottolinea che il verde urbano è un bene trasversale e che la sua qualità conta tanto quanto la quantità.
Secondo Pascale è facile piantare alberi ma più difficile seguirne la crescita: «Piantare alberi per bellezza non serve a niente», frase ripresa dal suo intervento su Il Foglio, sintetizza la sua critica a interventi estetici che non tengono conto della fisiologia delle piante né della manutenzione necessaria. Per ottenere un effetto reale sul raffrescamento urbano — osserva — non bastano alberi sparsi; occorre pensare a un bosco urbano con caratteristiche progettuali adeguate. A suo avviso, se la superficie alberata resta inferiore al 40% del territorio urbano gli alberi possono risultare inefficaci nel ridurre le temperature: «Caserta è un forno», dice Pascale, prospettando la necessità di soluzioni organiche e ben progettate.
Sul masterplan diocesano che prevede la trasformazione dell’area militare, con la realizzazione di volumi per 250mila metri cubi sugli edifici una volta militari, Pascale esprime preoccupazione: a suoi occhi la Curia, proprietaria del bene, «è la padrona» e la trasformazione in un nuovo isolato urbano fortemente antropizzato rischierebbe di snaturare l’area e compromettere l’idea di una foresta urbana sostenuta anche dal «Padre Vescovo Nogaro». Pur riconoscendo i limiti del suo ruolo, propone l’organizzazione di «una mostra permanente di progetti diversi da quelli presentati per il Macrico» per valutare fattibilità e responsabilizzare i cittadini, e osserva che «ovviamente il futuro sindaco avrà voce sufficiente per orientare le opinione pubblica».
Pascale infine avverte che molte piantumazioni, oltre a essere spesso realizzate con specie non consone, sono destinate a morire per carenze nella cura e nella conoscenza della fisiologia vegetale, con sprechi di investimenti. Per questo preferisce un progetto che punti su un bosco urbano piuttosto che su poche piante ornamentali o su superfici impermeabili: almeno «meglio un albero che un palo di cemento», ma «sempre meglio un bosco urbano che poche piante» che risultano utili solo nei rendering e non a chi vive la città. Conclude richiamando l’urgenza di non «perdere un’altra occasione».





























































