Una madre che racconta di un figlio chiuso nella sua stanza e una donna separata che dice di non credere più nella coppia: per Cristina Berrettini, antropologa e consulente familiare, non sono due storie distinte, ma manifestazioni del medesimo fenomeno. Lavorando a Roma con famiglie, coppie e adolescenti, Berrettini ha maturato questa lettura anche dopo aver ascoltato Massimo Recalcati al Festival delle Idee di Roma. «Lui parlava di ragazzi che spariscono. Io pensavo alle coppie che arrivano nel mio studio. E ho capito che stavo ascoltando la stessa storia raccontata da età diverse», spiega.
Per anni, dice Berrettini, ha considerato disagio giovanile e crisi della coppia come problemi separati. «Poi ho capito che non stavo lavorando su due emergenze distinte. Stavo ascoltando due generazioni che cedevano sotto lo stesso peso. Il disagio giovanile e il collasso della coppia non sono due sintomi diversi: sono lo stesso sintomo, visto a età diverse».
Secondo la consulente, quel peso nasce da una cultura che ha trasformato il fallimento in colpa. Richiamando Alain de Botton e il suo Status Anxiety, Berrettini osserva che nelle società meritocratiche l’idea che chi non ce la fa se lo meriti esclude la possibilità della sfortuna, del limite umano o dell’evento della vita. «Questa logica entra nelle case, nei rapporti, nella relazione con i figli».
L’ansia da prestazione, avverte, non viene trasmessa intenzionalmente dai genitori, ma dal fatto che i genitori stessi vivono immersi in quella cultura. Citando il pensiero di Winnicott, ricorda la domanda fondamentale del bambino: «Sono amato anche quando fallisco?». «Il figlio riceve il messaggio anche se nessuno lo esplicita», dice.
Recalcati, prosegue Berrettini, descrive due possibili risposte dei ragazzi: l’iperperformance — visibilità a tutti i costi, godimento senza freni, eccesso — oppure la scomparsa, il ritiro sociale. «La cosa più controcorrente, e per me più importante, è questa: non sempre è fragilità. A volte è una risposta adattiva. In un sistema in cui o vinci o sei in colpa, scomparire può diventare la risposta più sensata disponibile».
Nel quadro delineato dall’antropologa, la coppia ha un ruolo centrale e precedente: ripercorrendo le osservazioni di Esther Perel, Berrettini ricorda come il matrimonio sia mutato storicamente — da alleanza economica a legame affettivo e oggi a «progetto identitario totale». «Chiediamo a una sola persona di essere stabilità emotiva, specchio intellettuale, sostegno psicologico, conferma di chi siamo e promessa di chi vogliamo diventare. È un carico enorme. Nessuna coppia nella storia umana era stata costruita per reggere tutto questo da sola».
Per questo, sottolinea, molte coppie non finiscono per mancanza d’amore ma per esaurimento. «Vedo coppie che non hanno smesso di amarsi. Si sono semplicemente esaurite. Vedo genitori che amano profondamente i figli e, senza accorgersene, trasmettono loro l’ansia che li consuma. E vedo adolescenti che non sono fragili: sono testimoni lucidissimi di un sistema che ha chiesto troppo alle persone sbagliate».
Un elemento ricorrente nelle storie che arrivano nel suo studio è il senso di colpa: adulti che si scusano per come è andata la relazione, ragazzi che si scusano per come stanno. «Il primo lavoro che faccio è togliere loro quella scusa di mano. Non perché siano senza responsabilità, ma perché quella colpa spesso non appartiene interamente a loro». Il suo approccio antropologico consiste nel considerare prima il sistema in cui la persona vive, anziché limitarsi a cercare ciò che non funziona nel singolo individuo.
Berrettini avverte che continuare a trattare disagio giovanile e crisi della coppia separatamente è comodo ma controproducente: «Abbiamo convegni sul disagio giovanile e convegni sulla crisi della coppia. Politiche per la famiglia e politiche per la salute mentale degli adolescenti. Ma finché li tratteremo come problemi distinti, continueremo a rattoppare i sintomi senza toccare la causa».
La causa, secondo lei, non è una maggiore fragilità individuale, ma lo smantellamento delle strutture che un tempo reggevano il peso collettivo. «Il filo che unisce il disagio dei figli e il collasso delle coppie non è la fragilità individuale. È una cultura che ha trasformato ogni momento della vita in una performance da valutare».
Riguardo alle soluzioni, Berrettini è netta: non esiste una soluzione individuale a un problema strutturale. «Il reset, se arriva, arriva attraverso comunità e nuovi riti collettivi. Non riti come decorazione culturale, ma nella loro funzione originaria: momenti in cui una persona viene accompagnata attraverso una soglia senza dover dimostrare nulla». Per ripartire, suggerisce infine la consapevolezza: riconoscere che non tutto il dolore individuale nasce da una colpa individuale può cambiare il modo in cui guardiamo figli, coppie e famiglie e aprire la strada a ricostruzioni collettive.


























































