Le Commissioni Bilancio di Camera e Senato hanno svolto audizioni nella Sala del Mappamondo della Camera per l’attività conoscitiva preliminare all’esame del Documento programmatico di finanza pubblica 2026, ai sensi dell’articolo 118-bis, comma 3, del Regolamento della Camera e dell’articolo 125-bis, comma 3, del Regolamento del Senato. Nel corso delle sedute sono intervenuti, secondo il calendario, i seguenti soggetti:
– ore 14.00: rappresentanti della Corte dei conti
– ore 14.45: rappresentanti dell’ISTAT
– ore 15.30: rappresentanti del CNEL
– ore 16.15: rappresentanti di Banca d’Italia
– ore 17.00: Presidente dell’Ufficio parlamentare di bilancio, Lilia Cavallari
– ore 18.00: Ministro dell’Economia e delle Finanze, Giancarlo Giorgetti
Upb: validazione delle previsioni e rischi sul debito
L’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) ha validato le previsioni macroeconomiche programmatiche del Dpfp 2026. La presidente Lilia Cavallari ha riferito che l’esercizio di validazione è stato svolto utilizzando le previsioni dell’Upb insieme a quelle realizzate per l’Ufficio da quattro istituti indipendenti. Lo scenario programmatico è stato ritenuto generalmente compatibile con l’intervallo delle attese del panel, soprattutto per il 2026-27, con marginali sforamenti nel 2028-29, giudicati lievemente ottimistici.
Cavallari ha evidenziato rischi: “Il rapporto tra debito pubblico e Pil, secondo le simulazioni dell’Upb, inizierebbe a ridursi soltanto nel 2029, un anno più tardi rispetto al quadro delineato dal Dpfp”. Un peggioramento delle condizioni di finanziamento comporterebbe una maggiore spesa per interessi: sulla base delle aspettative di mercato aggiornate alla media dei dieci giorni precedenti il 2 ottobre, l’Upb stima un incremento della spesa per interessi rispetto al Dpfp di circa 4,5 miliardi nel 2029. Con le medesime ipotesi, il rapporto debito/Pil si attesterebbe al 138,4% nel 2029, circa 1,8 punti percentuali sopra la previsione del quadro programmatico. “Le simulazioni probabilistiche confermano la presenza di rischi al rialzo sulla traiettoria ufficiale del debito”.
Sebbene “i rischi al rialzo del disavanzo per l’anno in corso appaiano relativamente contenuti”, ha avvertito Cavallari, il margine ridotto implica che anche scostamenti limitati nella parte finale dell’anno potrebbero compromettere “l’uscita dalla procedura d’infrazione”.
Dai dati ReGiS al 5 ottobre risultano impegnate somme per 193 miliardi e spesi 133,4 miliardi. Dei 59,6 miliardi ancora da spendere, 20 miliardi riguardano strumenti finanziari i cui effetti si manifesteranno in parte oltre il 2026, e 39,6 miliardi altri interventi, alcuni destinati a concludersi dopo la scadenza del Piano. Le economie finora accertate ammontano a 3,29 miliardi; ne consegue che le risorse effettivamente impiegate per la realizzazione dei milestone e target (M&T) si riducono a circa 191,1 miliardi.
L’Upb ha rilevato inoltre che gli stanziamenti assegnati hanno permesso di finanziare un numero maggiore di interventi rispetto a quelli necessari per il conseguimento dei M&T, con incertezze sulle modalità di reimpiego delle risorse Pnrr per i progetti che non concorrono ai M&T, citando a titolo esemplificativo i Piani urbani integrati (Pui), il Piano asili nido e scuole dell’infanzia e il Piano di messa in sicurezza dell’edilizia scolastica.
Le previsioni macroeconomiche aggiornate dall’Upb indicano una crescita del Pil dell’1,1% nel 2026, 0,8% nel 2027, 0,7% nel 2028 e 0,6% nel 2029. Confrontate con quelle del Mef, le attese dell’Upb sono leggermente superiori nel 2026, coincidenti per il 2027 e più prudenti di 0,2 punti percentuali nel 2028 e nel 2029. Secondo l’Upb, “l’impulso espansivo della manovra deriverebbe principalmente dagli investimenti”, la cui crescita scenderebbe dall’1,4% nel 2027 a zero nel 2028 e poi negativa (-0,6%) nel 2029. L’impatto complessivo della manovra sul Pil è stimato in 0,3 punti percentuali sia dallo scenario Mef sia da quello Upb sull’intero orizzonte del Dpfp; tuttavia, per l’Upb e gli altri componenti del panel nel 2029 l’effetto sarebbe lievemente restrittivo, mentre per il Mef risulterebbe neutrale.
Banca d’Italia: tenuta superiore alle attese, ma rischi esterni
Andrea Brandolini, capo dipartimento economia e statistica della Banca d’Italia, ha sottolineato che, “in un contesto internazionale segnato da grande instabilità, l’economia italiana, come quella europea, ha mostrato una tenuta superiore alle attese”. Il Pil è aumentato nella prima parte del 2026 e dovrebbe continuare a espandersi nella seconda parte dell’anno e nei prossimi anni, sebbene a ritmi contenuti a causa del rincaro dell’energia e dell’aumento dei costi di finanziamento.
Tra le principali fonti di rischio Brandolini ha indicato “l’evoluzione della crisi in Medio Oriente, le estese tensioni geopolitiche e l’andamento dei mercati finanziari, anche in relazione agli sviluppi connessi con l’intelligenza artificiale”. L’incertezza resta molto elevata e il quadro mondiale dipende dall’evoluzione del conflitto in Medio Oriente e dalle sue ripercussioni sulle catene di produzione e sui prezzi delle materie prime; ulteriori rischi possono derivare da peggioramenti delle condizioni finanziarie o da correzioni dei mercati azionari concentrate nel comparto tecnologico.
In Italia, l’attività economica è continuata a espandersi nel primo semestre dell’anno: il Pil è aumentato dello 0,9% rispetto al primo semestre 2025, sostenuto dalla domanda interna e in particolare dai consumi delle famiglie, grazie al buon andamento dell’occupazione e del reddito disponibile. L’attuazione del Pnrr ha alimentato la spesa in opere pubbliche e nelle costruzioni non residenziali; è proseguita l’accumulazione di beni immateriali e, secondo le informazioni disponibili, la crescita sarebbe proseguita anche nel terzo trimestre.
Brandolini ha osservato che l’inflazione è aumentata nei mesi più recenti principalmente per effetto dei rincari dell’energia, mentre l’inflazione di fondo è sostanzialmente stabile. Rispetto alla crisi energetica del 2021-22, il rincaro energetico è finora assai più contenuto e non emergono segnali di una significativa trasmissione alle altre componenti dei prezzi.
Nel complesso il quadro congiunturale appare più favorevole di quanto atteso a giugno, ma le prospettive di medio termine risentono del rialzo dell’inflazione e delle condizioni finanziarie più restrittive, che determineranno verosimilmente un temporaneo rallentamento della domanda interna. L’attività economica dovrebbe tornare a rafforzarsi dalla seconda metà del 2027. Le proiezioni del Dpfp sono considerate coerenti con questo quadro: nelle proiezioni tendenziali la crescita è posta all’1% quest’anno, allo 0,6% il prossimo e allo 0,8% nel 2028, mentre nei programmi la crescita sarebbe più elevata di 0,3 punti percentuali nel biennio 2027-28 per maggiori spese in difesa e sicurezza energetica.
Brandolini ha richiamato l’importanza di consolidare la capacità di crescita del Paese e di mantenere attenzione alla composizione della spesa pubblica, privilegiando investimenti e selezionando progetti ad alto rendimento.
Istat: rischi al ribasso, attenzione alle dinamiche retributive
Il presidente dell’Istat, Francesco Maria Chelli, ha evidenziato che il quadro di finanza pubblica resta esposto a rischi orientati al ribasso, principalmente per l’incertezza internazionale, nonostante la resilienza dell’economia italiana anche grazie agli investimenti del Pnrr. Occorre monitorare la trasmissione del rincaro delle risorse energetiche all’economia e i potenziali effetti negativi su famiglie e imprese, oltre a preservare livelli di investimento adeguati per cogliere opportunità tecnologiche, aumentare la produttività e valorizzare competenze e capitale umano.
Una simulazione dell’Istat mostra che una più lenta discesa delle quotazioni delle principali materie prime energetiche nel biennio 2027-2028 potrebbe ridurre la crescita di 0,2 punti percentuali nel 2027 e di 0,4 punti nel 2028; l’effetto residuo nel 2029 sarebbe negativo di 0,2 punti percentuali. Tali tensioni determinerebbero un maggiore e prolungato impatto sull’inflazione e una più decisa risposta di politica monetaria, con elevati livelli di incertezza degli operatori nel biennio 2027-2028.
Chelli ha richiamato l’attenzione sulle dinamiche retributive: “L’attuale fase di risalita dell’inflazione richiede particolare attenzione sul fronte delle dinamiche retributive”. Nel secondo trimestre dell’anno, la fase di recupero delle retribuzioni nominali rispetto alla crescita dei prezzi — ininterrotta dal quarto trimestre 2023 al primo 2026 — si è arrestata. Sulla base dei rinnovi contrattuali siglati fino alla fine di agosto e con l’ipotesi che non ve ne siano altri tra settembre e dicembre, nella media del 2026 la crescita delle retribuzioni contrattuali per il totale dell’economia sarebbe pari al 2,5%. I dati provvisori di settembre porterebbero l’inflazione acquisita (Ipca) per il 2026 al 3,0%.
Tra il primo trimestre 2021 e il secondo 2026, retribuzioni di fatto e contrattuali hanno perso in termini reali un valore simile: 9,4% per le retribuzioni di fatto e 9,3% per quelle contrattuali. A livello settoriale la perdita è stata del 6,8% nell’industria, dell’11,2% nei servizi privati e del 10,1% nella pubblica amministrazione. L’Istat segnala che nel secondo semestre del 2026 la fase di recupero delle retribuzioni contrattuali, già interrotta per due anni, si è arrestata e che occorrerà valutare la situazione per il sensibile peggioramento nell’ultimo trimestre.
Sulla finanza pubblica, rispetto al 2025 l’indebitamento netto nel 2026 è previsto ridursi dal 3,1% al 2,9% del Pil, grazie al miglioramento del saldo primario di circa mezzo punto percentuale di Pil, che compensa l’aumento della spesa per interessi in crescita dell’11% (pari al 4,2% del Pil). Il miglioramento del saldo primario deriva da una lieve riduzione del peso sul Pil delle spese diverse dagli interessi (da 47,3% a 47,2%), in particolare dei contributi in conto capitale per il venir meno degli oneri legati al Superbonus, e da un aumento del peso delle entrate (dal 48 al 48,5% del Pil), risultante da una riduzione delle imposte dirette (da poco meno del 15,3 a poco più del 15,2% del Pil) e da aumenti delle imposte indirette (dal 14 al 14,1%) e dei contributi sociali (dal 13,5 al 13,6%).
Corte dei Conti: crescita della spesa per interessi e rischi per la ripresa
Il presidente di sezione della Corte dei Conti, Vincenzo Palomba, ha segnalato che “la spesa per interessi passivi è prevista in forte crescita, per un totale di oltre 20 miliardi nel triennio 2027-2029, a causa dell’aumento dello stock di debito e della relativa onerosità”. La crescita degli oneri è stata rivista al rialzo nel Dpfp rispetto alle stime di aprile per complessivi 14,7 miliardi; l’incidenza degli oneri per interessi sul Pil dovrebbe raggiungere il 4,6% nel 2028-2029, valore superiore di 0,2 punti percentuali rispetto alle stime di aprile.
Palomba ha osservato che lo scenario macroeconomico resta esposto a rischi significativi, prevalentemente orientati al ribasso: la ripresa dell’inflazione e il rialzo dei tassi d’interesse, insieme al venir meno della spinta straordinaria del Pnrr, rischiano di rallentare l’economia italiana e di frenare la competitività delle imprese. Sul profilo del debito, il Dpfp appare sostanzialmente allineato con il Psb sul livello del rapporto debito/Pil, ma “in significativo affanno” sulla dinamica dell’indicatore.
La Corte ha inoltre sottolineato la delicatezza della posizione dei paesi altamente indebitati soggetti alla pressione dei mercati e la necessità di irrobustire l’avanzo primario previsto per il 2029 al 2,4%, evitando “compensazioni non mirate, a largo raggio” in presenza di shock come quello energetico. Palomba ha descritto il Dpef come una cornice di bilancio prudente e attenta ai vincoli europei, ma ha segnalato che a oltre sei mesi dallo scoppio della guerra in Iran il contesto internazionale continua a caratterizzarsi per elevata volatilità, con effetti sulle tensioni energetiche oltre le attese.
Infine la Corte dei Conti ha rilevato carenze nel documento programmatico: “la carente definizione dello sviluppo programmatico del documento, in particolare a livello delle politiche di settore, e la mancata quantificazione dell’effetto finanziario delle misure che si intendono adottare nell’ambito della manovra di finanza pubblica in approvazione”. Mancano inoltre indicazioni dettagliate sulle scelte relative alla spesa per il settore energetico e per la difesa da indirizzare prevalentemente alla spesa in conto capitale, elementi che rendono difficile valutare la tenuta complessiva del quadro e la sua coerenza con le priorità di governo. Le informazioni sottostanti le previsioni programmatiche non risultano complete, conferendo al documento un carattere interlocutorio più che di vera e propria programmazione utile al Parlamento.



























































