Eurispes registra per l’Italia i livelli più bassi d’Europa di mortalità per omicidio. Nel 2024 il tasso standardizzato, indicatore ufficiale Ue, si è attestato a 0,4 decessi ogni 100mila abitanti, contro una media dell’Unione di quasi 0,7. Questo valore colloca l’Italia, insieme a Germania e Malta, nel gruppo dei Paesi con la minore mortalità per omicidio dell’intera Unione; valori significativamente più elevati si rilevano invece in Svezia, Estonia e Lussemburgo (1,1), in Lituania (1,5) e in Lettonia (1,7).
Dei venti territori italiani per i quali Eurostat ha fornito il dato del 2023, diciassette presentano un valore inferiore alla media europea (0,65): l’Abruzzo si colloca esattamente sul valore medio, mentre lo superano soltanto la Valle d’Aosta (0,68) e la Sardegna (0,86). Anche le statistiche nazionali confermano il trend: secondo i dati delle forze di polizia elaborati dall’Istat, nel 2023 il tasso grezzo di omicidi volontari in Italia era di 0,57 ogni 100mila abitanti, a fronte di una media europea di 0,91. Si tratta del valore più basso tra i 26 Paesi dell’Unione con dati disponibili, insieme alla Slovenia e preceduto soltanto da Malta.
La ricostruzione storica dell’Istat mostra una discesa molto ampia nel lungo periodo. Tra il 1891 e il 1895 si registravano in media quasi 2.000 omicidi l’anno (5,9 ogni 100mila abitanti); nel periodo 2020-2024 i casi annui sono scesi a poco più di 300, meno di 0,6 ogni 100mila. Tuttavia, la traiettoria non è stata lineare: tra gli anni Settanta e i primi anni Novanta si registrò una inversione dovuta all’aggiunta di violenza politica e all’escalation dei conflitti legati alla criminalità organizzata.
Il picco è stato nel 1991, con 1.916 omicidi (3,4 ogni 100mila abitanti), il 37,5% dei quali attribuibile alle varie mafie. Tra il 1985 e il 1991 gli omicidi crebbero di 992 unità, di cui 522 erano delitti di mafia, camorra e ‘ndrangheta. Nel periodo 1983-2018 sono stati attribuiti a organizzazioni criminali di tipo mafioso 6.681 omicidi, il 95,6% dei quali commessi in Campania, Sicilia, Calabria e Puglia. Nel quinquennio 1988-1992 questi delitti rappresentarono circa un terzo di tutti gli omicidi, mentre nel periodo 2013-2017 la loro quota era scesa al 9,1%. Dopo il picco la curva dei delitti si è rapidamente invertita: 1.461 omicidi nel 1992, 1.065 nel 1993, 746 nel 2000, fino ai 327 del 2024, con una riduzione complessiva superiore all’80%.
La geografia regionale dei tassi standardizzati Eurostat del 2023 presenta elementi inattesi rispetto al tradizionale schema Centro-Nord/Mezzogiorno. Il valore più alto è quello della Sardegna (0,86), seguita dalla Valle d’Aosta (0,68), dall’Abruzzo (0,65), dalla Provincia autonoma di Trento e dalla Puglia (entrambe 0,55) e dalle Marche (0,54). In fondo alla graduatoria si trovano Friuli Venezia Giulia (0,11), Umbria (0,19), Bolzano (0,20), Lombardia (0,25), Campania (0,20) e Basilicata (0,22). Calabria (0,39) e Sicilia (0,38) registrano valori inferiori a Piemonte (0,43), Emilia Romagna (0,44), Veneto (0,47), Toscana e Lazio (0,49).
Calcolando, a fini descrittivi e non ponderati per popolazione, una media semplice dei valori regionali, il Nord si attesta a 0,38, il Centro a 0,43 e il Mezzogiorno a 0,46; escludendo la Sardegna, il Sud continentale e la Sicilia scendono a 0,40, sostanzialmente lo stesso livello delle regioni settentrionali. Il quadro è cambiato in pochi anni: nel 2018 la frattura Nord-Sud era ancora marcata, con 0,83 omicidi ogni 100mila abitanti nel Mezzogiorno contro 0,43 nel Centro-Nord.
Gli omicidi di donne seguono una geografia diversa, con concentrazioni più alte in Valle d’Aosta, Sardegna e Marche. La maggior parte delle vittime femminili viene uccisa in ambito familiare e affettivo, e questi delitti non mostrano una precisa caratterizzazione territoriale ma producono picchi regionali in larga parte episodici. La riduzione complessiva degli omicidi ha riguardato soprattutto gli uomini: la serie storica Istat evidenzia un crollo degli omicidi maschili nel periodo 1992-2018 da 4 a 0,7 ogni 100mila, mentre per le donne il calo è stato più contenuto, da 0,6 a 0,4 ogni 100mila. Se nei primi anni Novanta per ogni donna uccisa si contavano cinque uomini, oggi il rapporto è sceso a circa due a uno.
Nel 2024 l’Istat ha stimato 106 femminicidi presunti su 116 omicidi con vittima donna, e in circa l’86% dei casi il contesto era quello familiare o affettivo. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, il rischio non si concentra tra le giovani ma cresce con l’età e raggiunge il valore massimo tra le 75-84enni, con 0,81 vittime ogni 100mila. Pur collocando l’Italia tra i Paesi europei con i valori più bassi di omicidi femminili (0,42 donne uccise ogni 100mila nel 2022, vicino al minimo di 0,39 registrato in Irlanda), il problema è che il rischio per le donne si è ridotto molto meno rispetto a quello degli uomini, fino a diventare una componente centrale dei decessi per omicidio nel Paese.



























































