“Lo studio Emerald-3 rappresenta l’ultima novità nell’ambito delle terapie di combinazione” per l’epatocarcinoma: è questa, secondo Sherrie Bhoori, la sintesi del nuovo approccio presentato oggi nel capoluogo lombardo durante un media tutorial promosso da Astrazeneca. Lo studio combina l’immunoterapia e un farmaco anti-angiogenico con il trattamento standard per lo stadio intermedio, la chemioembolizzazione.
La chemioembolizzazione, spiega Bhoori, è un trattamento efficace per lo stadio intermedio, in grado di garantire un controllo di malattia in oltre l’80% dei casi; tuttavia la patologia tende, nel tempo, a progredire. “Associare un’immunoterapia significa affiancare al controllo locoregionale anche un controllo sistemico, rendendo la risposta terapeutica più duratura e profonda”, ha aggiunto l’epatologa dell’unità di Chirurgia oncologica (epato-gastro-pancreatica) e Trapianto di fegato diretta da Vincenzo Mazzaferro alla Fondazione Irccs Istituto nazionale dei tumori di Milano. Una risposta profonda, ha precisato, può consentire di indirizzare il paziente verso trattamenti a intento curativo, come la resezione chirurgica o il trapianto di fegato.
Bhoori ha sottolineato inoltre il ruolo centrale dell’epatologo all’interno di un centro chirurgico in un ospedale oncologico. “La nostra gestione non riguarda soltanto la cura della cirrosi in sé, ma risponde alla necessità di applicare qualsiasi trattamento antitumorale nel pieno rispetto della funzionalità epatica. Soltanto un organo con una funzione preservata può infatti sostenere le terapie oncologiche”, ha detto.
Il ruolo dell’epatologo è diventato ancor più cruciale alla luce dell’evoluzione dei fattori determinanti per la cirrosi: “Assistiamo infatti a un cambio nei fattori di rischio, con un peso sempre maggiore legato alla patologia metabolica, al sovrappeso e al diabete”, ha osservato Bhoori. Per questo motivo ha richiamato l’importanza di creare una fitta rete di informazione e consapevolezza rivolta a tutta la popolazione.
Infine, ha ricordato che i fattori di rischio per la cirrosi “non sono legati soltanto all’alcol o all’epatite B e C, che fortunatamente oggi riusciamo a controllare o curare grazie ai farmaci disponibili, ma risiedono sempre più spesso nella malattia metabolica, nel sovrappeso e nel diabete, che rappresentano veri e propri fattori di danno occulto per il fegato”. Nell’ambito delle nuove frontiere terapeutiche per il tumore del fegato, Bhoori ha citato anche il regime immunoterapico denominato ‘Stride’.



























































