“Tutti i pazienti” con epatocarcinoma “devono essere discussi fin dall’inizio da un team multidisciplinare: intervenire in ritardo rischia di far perdere opportunità terapeutiche decisive, come il trapianto di fegato”. Lo ha affermato Fabio Piscaglia, professore di Medicina interna, università di Bologna e direttore Medicina interna, malattie epatobiliari e immunoallergologiche, Irccs Aou di Bologna, intervenuto al media tutorial sulle nuove frontiere del trattamento del tumore del fegato promosso oggi a Milano da AstraZeneca.
Piscaglia ha sottolineato che, anche nei casi più avanzati, sono disponibili terapie sistemiche molto efficaci che spesso vengono combinate o integrate in modo sequenziale con i trattamenti locoregionali. Per questo motivo, secondo l’esperto, “è essenziale che gli specialisti siedano allo stesso tavolo per definire la soluzione migliore per ogni singolo paziente nella sua individualità”.
L’approccio multidisciplinare è fondamentale, ha spiegato Piscaglia, per le caratteristiche peculiari dell’epatocarcinoma: coinvolge un organo vitale la cui sofferenza può portare a morte tanto quanto la patologia neoplastica. Il fegato è un organo indispensabile che non può essere asportato a piacimento; qualora la sua funzionalità sia insufficiente, il paziente può morire per le complicazioni di una malattia epatica avanzata. Di conseguenza, nel trattamento dell’epatocarcinoma non bisogna soltanto cercare di contrastare la crescita oncologica, ma occorre anche preservare il fegato ed evitare che peggiori la sua funzionalità.
Piscaglia ha poi osservato che l’epatocarcinoma “inizialmente tende a interessare solo il fegato” e insorge quasi sempre in un fegato già compromesso, tipicamente in corso di cirrosi. Anche quando si interviene in modo radicale sul primo tumore, il paziente rimane a rischio di svilupparne altri: il tasso di recidiva a 2 anni per l’insorgenza di nuovi tumori, e non dello stesso tumore metastatico, supera infatti il 40%.
Per questi motivi, ha spiegato l’esperto, oltre alle figure tradizionali coinvolte nella gestione oncologica — oncologo, radiologo per la diagnostica per immagini, radioterapista, chirurgo e patologo — servono competenze specifiche come quelle dell’epatologo e dell’internista per la gestione della patologia epatica sottostante e degli aspetti metabolici, oggi spesso integrati con consulenze specifiche dato che buona parte dei tumori è favorita da sovrappeso e obesità. Inoltre va considerato fin dall’inizio il team dei trapianti per valutare la possibilità di un trapianto di fegato quando le caratteristiche oncologiche lo permettono.
Infine, secondo Piscaglia, sono centrali anche il radiologo interventista o l’operatore interventista per le procedure locoregionali — come termoablazione, embolizzazione e radioembolizzazione — che si affiancano alla radioterapia classica.



























































