“Milano non ha mostrato soltanto una rivolta. Ha mostrato il corto circuito di una società che moltiplica i desideri, ma che non offre futuro, ascolto e riconoscimento”. Con questa riflessione Pietro Bussotti, segretario di Benèpsys – Osservatorio Benessere psicologico e Salute, interpreta gli scontri partiti dal capoluogo lombardo, mentre la città si prepara a un altro sabato di paura.
Bussotti sottolinea che la violenza va condannata senza ambiguità, ma avverte che condannare non significa comprendere: “senza comprendere diventa difficile prevenire”. Per lo psicologo, è urgente trarre lezioni da quanto accaduto per capire le radici di un comportamento apparentemente contraddittorio.
Secondo l’analisi, colpire un negozio può sembrare un gesto contro il consumismo, ma saccheggiarlo per appropriarsi dei suoi prodotti nega questa lettura: “significa accettarlo e persino desiderare la merce (e il valore simbolico) che quel negozio vende. Non si vuole demolire così il sistema del consumo: se ne chiede l’ingresso”. La vetrina, spiega Bussotti, non espone soltanto merci ma una promessa: quell’oggetto può far sentire visti, riconosciuti e accettati.
Lo psicologo richiama concetti classici per spiegare il fenomeno. Riprende Thorstein Veblen sull’ostentazione del consumo e cita Pierre Bourdieu per il ruolo del capitale simbolico: chi si sente escluso da riconoscimento, prestigio e legittimità può vivere una frustrazione che non riguarda solo il prezzo di un oggetto, “ma il diritto di esistere socialmente”.
Bussotti aggiunge che il desiderio non nasce nel vuoto: spesso si desidera ciò che desiderano gli altri, non tanto l’oggetto quanto “lo sguardo altrui”. Richiamando l’idea di Guy Debord, osserva che nella società dello spettacolo le relazioni sono mediate da immagini, e oggi lo spettacolo si è spostato sulle piattaforme digitali: “TikTok, Instagram, la storia condivisa, il video virale”. Anche la trasgressione può diventare contenuto e ricompensa.
Da qui la spiegazione del perché rubare non smaschera il potere simbolico dell’oggetto ma lo conferma: la scarpa rubata diventa un trofeo che garantisce possesso, visibilità e riconoscimento. “Il ragazzo che devasta un negozio non cerca soltanto un paio di scarpe, ma ciò che crede che quelle scarpe gli restituiscano: identità, appartenenza, valore”, sintetizza Bussotti.
Tuttavia, avverte lo psicologo, l’oggetto non può davvero colmare quella mancanza. Una volta ottenuto, il bisogno di essere riconosciuti resta: la visibilità non è riconoscimento. “Essere filmati, commentati, temuti o seguiti non equivale a essere riconosciuti come persone con dignità, diritti, relazioni e un futuro”, afferma, citando Axel Honneth sull’importanza del riconoscimento come bisogno fondamentale.
Bussotti riporta anche il contributo del presidente di Benèpsys, David Lazzari, che parla di un “gap psico-evolutivo”: la capacità di autocontrollo e di tollerare la frustrazione è ancora in costruzione nell’adolescenza e può essere indebolita dal gruppo, dall’eccitazione collettiva e dal digitale. Questo non giustifica la violenza, ma rende più urgente la prevenzione.
Per Bussotti serve un approccio doppio: regole, sicurezza e conseguenze per chi commette reati, ma anche investimenti preventivi. Occorre “restituire ai giovani tre esperienze concrete”: essere ascoltati da adulti e istituzioni in grado di accogliere il disagio; sentirsi parte attraverso comunità e ruoli che non passino dai like; e poter immaginare un futuro con prospettive reali di studio, lavoro e partecipazione.
La riflessione si chiude richiamando la fragilità dei giovani alla base degli episodi: “spaccano le vetrine, ma si portano via quello che c’è dentro per affermare che esistono”. Finché il valore di una persona sembrerà dipendere da ciò che indossa, mostra o possiede, conclude Bussotti, “la vetrina rotta resterà solo la parte più rumorosa di un problema molto più profondo”.



























































