sabato, Ottobre 17, 2026
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Milano: Rimassa, regime Stride per epatocarcinoma porta al 20% di sopravvivenza a 5 anni

Lo studio di fase 3 Himalaya ha dimostrato l’efficacia della combinazione immunoterapica costituita da una singola dose priming di tremelimumab associata a durvalumab, un anti-Pd-L1, nel trattamento dell’epatocarcinoma avanzato non resecabile. La combinazione, denominata regime “Stride”, è stata valutata rispetto a sorafenib, che all’epoca rappresentava lo standard di cura, e lo studio è risultato positivo: di conseguenza il regime Stride è oggi un’opzione standard di terapia di prima linea per questi pazienti, ha spiegato Lorenza Rimassa, professoressa di Oncologia medica presso Humanitas University e responsabile Uo di Oncologia epatobiliopancreatica dell’Irccs Istituto clinico Humanitas di Rozzano (Milano), nel corso del media tutorial dedicato alle nuove frontiere del trattamento del tumore del fegato, promosso da AstraZeneca oggi a Milano.

Rimassa ha sottolineato che i risultati di sopravvivenza a 5 anni rappresentano “un elemento del tutto nuovo e mai osservato prima nell’epatocarcinoma avanzato”. Nello studio Himalaya si è registrato un tasso di sopravvivenza a 5 anni di circa il 20%, quando storicamente i dati di letteratura per questa popolazione mostravano una sopravvivenza inferiore al 5%. “Sebbene si tratti di pazienti selezionati arruolati in uno studio clinico, il dato di circa il 20% non era mai stato riscontrato prima, né con altre combinazioni”, ha aggiunto l’oncologa.

Prendendo in considerazione i pazienti che hanno ottenuto un beneficio dal trattamento — non solo quelli con una risposta obiettiva, ma anche quelli con una stabilizzazione di malattia — la percentuale di pazienti vivi a 5 anni sale al 28%, ha precisato Rimassa. “Si tratta di dati senza precedenti, con altre combinazioni di immunoterapia, che confermano il regime Stride come un’opzione terapeutica di estrema rilevanza per i pazienti con epatocarcinoma avanzato”, ha osservato.

Secondo la specialista, i dati positivi osservati nello studio Himalaya sono stati confermati anche nella pratica clinica quotidiana. “In particolare — ha approfondito — abbiamo una raccolta dati internazionale su casistiche real-life che ha confermato le evidenze nei pazienti con caratteristiche analoghe a quelli arruolati nello studio Himalaya. Inoltre, i dati di una casistica locale sui pazienti trattati con regime Stride in Regione Lombardia mostrano una sopravvivenza mediana persino superiore a quella dello studio clinico. Sebbene questi dati non abbiano ancora un follow-up molto lungo, confermano chiaramente il beneficio per i pazienti”.

L’efficacia del regime Stride è stata confermata anche dallo studio di fase 3b Sierra, condotto su “una popolazione di pazienti solitamente esclusa dagli studi registrativi di fase 2”, ossia pazienti con caratteristiche prognostiche e cliniche più complesse e sfavorevoli già all’avvio del trattamento. Dal Sierra è emerso che il profilo di tollerabilità del regime Stride si è dimostrato sovrapponibile a quanto osservato nello studio Himalaya anche nei pazienti più fragili. I dati di efficacia sono risultati in linea con gli obiettivi previsti dallo studio, che è risultato positivo ed è stato di recente pubblicato sul Journal of Hepatology, ha concluso Rimassa.