sabato, Ottobre 17, 2026
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Mps, Lovaglio alla resa dei conti: il vero risiko si gioca su Generali

I proxy advisor Glass Lewis e ISS hanno raccomandato agli azionisti di votare contro il piano difensivo presentato da Lovaglio. Intanto i tre grandi soci — Caltagirone, Delfin e Benetton — si preparano a presentarsi in assemblea a carte scoperte, contrari alla doppia Ops su Banca Generali e Banco BPM. Non ci sono state sorprese in cda: nessun cavaliere bianco, nessuna manovra sulle quote di Generali e nessun rinvio dell’assemblea fissata per il 29 ottobre.

Nonostante l’opposizione dei proxy advisor, secondo i rumors raccolti da Adnkronos Lovaglio intende comunque andare in assemblea a giocarsi la partita, confidando soprattutto nel supporto dei fondi. Diversa è la situazione rispetto a sei mesi fa, quando lo stesso banchiere lucano riuscì a rimanere al timone del Monte dei Paschi pur essendo stato escluso dalla lista del cda. Oggi, però, il principale artefice della conferma di Lovaglio a Monte — Delfin — si è già schierato con Intesa Sanpaolo. Intanto Banco BPM guarda a una possibile fusione amichevole con Crédit Agricole.

Il passato professionale di Lovaglio viene citato come esempio di resistenza: alla guida del Credito Valtellinese si oppose con decisione alla scalata di Crédit Agricole, costringendo i francesi a rilanciare il prezzo dell’offerta. In questo quadro, per alcuni osservatori, Generali rimane il centro del risiko bancario in corso, citando anche un’immagine letteraria dell’eterno ritorno per sottolinearne la centralità.

Al centro delle tensioni c’è la possibile coabitazione tra Intesa Sanpaolo e Unicredit nel capitale del Leone di Trieste. A Piazza Affari non viene escluso lo scenario in cui Andrea Orcel porti la partecipazione di Unicredit in Generali dall’attuale quota intorno al 9% fino al 19,9%, eventualmente acquisendo il 10,15% detenuto dal gruppo Del Vecchio–Delfin. Nei mesi scorsi, come ricostruito dal Sole 24 Ore, Unicredit avrebbe sondato la disponibilità della holding della famiglia Del Vecchio a conferire il proprio circa 10% di Generali in cambio di azioni Unicredit: ai valori di mercato di allora la proposta avrebbe portato Delfin a rafforzarsi fino a circa l’8% della banca e Unicredit a salire dal 9,2% a circa il 19,2% di Generali. L’offerta sarebbe stata respinta e i contatti sarebbero rimasti preliminari.

Da queste tensioni nasce l’idea — definita in chiave giornalistica come un «patto della cacio e pepe» — di un equilibrio in cui nessuno esercita un comando assoluto su Generali ma tutti mantengono una presenza rilevante. L’obiettivo, in questa lettura, non sarebbe una guerra per il controllo della compagnia, bensì la costruzione di una rete di partecipazioni e contrappesi che blindino il Leone senza consegnarlo a un unico attore.

Per ricostruire la sequenza degli eventi, due date sono fondamentali: gennaio 2026, quando secondo Adnkronos sono iniziati i contatti tra Intesa Sanpaolo e Unipol per costruire l’operazione che avrebbe poi portato alla partita su Mps; e il 23 aprile 2026, quando Unicredit ha comunicato di essere salita all’8,72% di Generali dal precedente 6,68%. Da quel momento il dossier Generali è tornato al centro delle attenzioni dei grandi gruppi finanziari, e nelle settimane successive all’annuncio sull’operazione su Mps si sarebbero sviluppati i contatti tra Unicredit e Delfin.

Sia Intesa Sanpaolo sia Unicredit hanno formalmente definito le loro partecipazioni in Generali come «finanziarie», una stessa formula che sul piano ufficiale ha valore rassicurante. Tuttavia a Piazza Affari cresce la convinzione che dietro a quella qualificazione formale si stia lavorando a un nuovo equilibrio di lungo periodo: una coabitazione in cui nessuno dispone dei numeri per comandare da solo e nessuno può essere facilmente estromesso. Perché Generali, oltre a essere una partecipazione finanziaria, rappresenta un presidio strategico del risparmio italiano che incrocia banche, assicurazioni e grandi patrimoni familiari, e nessuno sembra intenzionato a farsi da parte.