sabato, Ottobre 17, 2026
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Roma: Mario Ceroli torna a 21Art Roma con mostra site-specific fino al 5 febbraio

Roma come laboratorio e palcoscenico: è il filo che attraversa la mostra Mario Ceroli {IO}, ospitata dal 15 ottobre al 5 febbraio negli spazi di 21Art Roma. Curata da Cesare Biasini Selvaggi, l’esposizione segna il ritorno dell’artista in una galleria privata romana dopo oltre vent’anni e raccoglie quindici opere tra sculture e installazioni site-specific, per lo più inedite e realizzate nel 2026.

Il progetto mette al centro il rapporto tra Ceroli e la Capitale, una relazione che attraversa quasi settant’anni di attività e continua a nutrire la sua ricerca. Per l’artista Roma non è solo luogo di formazione o memoria di una stagione irripetibile, ma una presenza viva, capace di suggerire nuove forme e interpretazioni e di essere continuamente messa in discussione.

Al fulcro del percorso espositivo c’è Un anno d’amore (2026), installazione composta da 987 elementi metallici che riprende e reinventa un lavoro concepito nel 1972. La versione originaria era costituita da un soffitto in legno formato da 365 quadrati, più un elemento dedicato al titolo; a distanza di oltre cinquant’anni Ceroli recupera quell’intuizione trasformandone struttura e significato. L’opera diventa così una sorta di calendario interiore, un diario degli incontri, delle amicizie nuove e ritrovate e delle esperienze che arricchiscono la vita.

Un processo analogo riguarda Curvilinee e squadra, lavoro del 1965 che nel 2026 assume nuova identità e titolo, L’architetto. Il percorso include inoltre Labirinto, installazione composta da 50 elementi, e la monumentale scultura Le campane di Trinità dei Monti, realizzata in ferro, terre colorate e legno. Pur differenti per materiali e struttura, queste opere condividono la volontà di oltrepassare i confini tradizionali della scultura, coinvolgendo lo spazio e facendo della relazione con lo spettatore parte integrante dell’esperienza artistica.

Particolarmente significativa è la presenza di Pensiero a Fabrizio De André (2024), scultura in legno e terre colorate nata da un ricordo personale: De André aveva donato a Ceroli una chitarra poi rubata; dall’assenza dell’oggetto nasce un’opera che recupera il valore simbolico del mancante e lo trasforma in omaggio all’amicizia e alla musica.

A creare una continuità visiva tra molte opere è il blu, colore-guida della mostra che rimanda al cielo di Roma, alla sua luce e alle sue variazioni, e richiama una tradizione pittorica antica fino al cielo stellato della Cappella degli Scrovegni di Giotto. L’allestimento privilegia una concezione teatrale: le opere non sono presentate come oggetti isolati, ma come personaggi chiamati a interpretare ogni volta una parte diversa.