Il 21 settembre 1990 il giudice Rosario Livatino venne assassinato dalla mafia a 37 anni lungo la strada da Canicattì al Tribunale di Agrigento. Magistrato di profonda fede, beatificato nel 2021, è al centro della miniserie Livatino – Il giudice e i suoi assassini di Michele Placido, presentata in anteprima alla Festa del Cinema di Roma alla presenza del presidente Sergio Mattarella. Protagonista della serie è Giuseppe De Domenico; la fiction andrà in onda il 9 e il 10 novembre in prima serata su Rai 1.
Placido ha spiegato che nel raccontare la vicenda ha messo “le tue emozioni” e ha ricordato il proprio maestro sul “cinema civile”, Francesco Rosi. Per il regista la figura di Livatino resta attuale: “basti pensare al Ponte sullo stretto di Messina, e ai timori su chi potrebbe entrare nei lavori… oggi forse Livatino avrebbe indagato su questo”. Ha inoltre richiamato il tema della magistratura nel presente politico: “Oggi c’è lo scontro tra chi è di destra e chi è di sinistra, che giudizio diamo su questi magistrati? Livatino era uno che andava nelle carceri e abbracciava i detenuti”.
La serie intreccia la vicenda professionale e privata di Livatino con la storia dei giovani stiddari che, nella Sicilia agrigentina degli anni Ottanta, si confrontavano con il potere delle cosche. Nel racconto Livatino, con il supporto di Giovanni Falcone (interpretato da Beniamino Marcone) e Paolo Borsellino (David Coco), sviluppa una strategia sempre più efficace nella lotta alla criminalità, divenendo inevitabilmente un bersaglio. Nel cast figurano anche Leonardo Maltese, Nino Frassica, Michela De Rossi, Ninni Bruschetta, Brenno Placido, Francesco Benigno e lo stesso Michele Placido.
Il regista ha detto di aver trovato “molte notizie straordinarie” nei faldoni delle indagini: il giovane Livatino stava tracciando un metodo per indagare sugli stiddari e incontrava Falcone e Borsellino. Placido compare nella serie con un cameo che richiama un’icona della televisione italiana, la morte del commissario Cattani ne La Piovra: “Ho pensato di inserirla perché a casa Livatino ho visto c’erano delle cassette con la serie, insieme a quelle di vari altri film, commedie e film di 007 a cui il magistrato metteva le stellette come Mereghetti”, ha raccontato il regista.
Placido ha poi evidenziato un’affinità con Livatino legata al sentimento religioso: “Anch’io vengo da una famiglia molto credente, a nove anni stavo in collegio e volevo diventare santo”. Sul tema della fede ha ricordato anche l’incontro con Papa Francesco nell’anno della beatificazione: “Io avevo detto qualche mese prima che la storia di Livatino avrebbe meritato di essere raccontata e Papa Francesco, con la sua grande empatia e un grande sorriso, mi chiese se volessi realmente farlo. Io gli ho risposto: ‘Ora che me lo chiede lei Santità, dico di sì’”.
Guardando al cinema italiano, Placido ha auspicato un ritorno a opere impegnate nel racconto civile: “Una serie come questa può essere d’insegnamento”. Ha indicato la necessità di sostenere giovani registi — citando, fra gli altri, Strippoli — e ha suggerito un maggior coinvolgimento della Rai. Ha inoltre annunciato di stare pensando a “un piccolo film che si occupa di una realtà attuale”.
Il regista ha infine commentato i fatti degli ultimi giorni relativi alle violenze durante le manifestazioni a Milano: “C’è un problema, perché quei ragazzi non sono tutti black bloc. Molti però, su quell’esempio possono diventare violenti. Anch’io sono stato giovane, ho fatto il 68, sfilavamo per Che Guevara, per Allende… ora viene tutto strumentalizzato, da destra o da sinistra”.
Sull’anteprima romana e sulla presenza del presidente Mattarella Placido ha detto: “Non ce l’aspettavamo, è una grande emozione, una cosa meravigliosa”. Ha aggiunto di aver riflettuto sul fatto che, essendo siciliano, Mattarella ha “sofferto moltissimo”, ricordando l’omicidio del fratello Piersanti Mattarella, presidente della Regione Sicilia, ucciso dalla mafia nel 1980.





























































