Nel cuore di Trastevere, all’interno di un antico convento, è conservata la Cella di san Francesco a Ripa Grande, il piccolo ambiente che, secondo la tradizione, ospitò il santo di Assisi durante i suoi viaggi a Roma in occasione degli incontri con papa Innocenzo III. L’ambiente, uno dei luoghi più significativi della memoria francescana nella città, è stato oggetto di un intervento di restauro e valorizzazione promosso dalla Soprintendenza Speciale di Roma per l’ottavo centenario della morte di san Francesco.
Il progetto, realizzato tra luglio e ottobre sotto la direzione scientifica della storica dell’arte Alessandra Acconci, ha riguardato i 50 reliquiari in lamina d’argento della famiglia francescana, compromessi da fenomeni di ossidazione e corrosione, e la grande macchina d’altare lignea che li custodisce. Alle operazioni conservative si sono affiancate indagini diagnostiche sulle icone di sant’Antonio da Padova e san Ludovico di Tolosa, finalizzate ad approfondire materiali e tecniche pittoriche.
“Nell’anno dell’ottavo centenario della morte di san Francesco – spiega Daniela Porro, soprintendente speciale di Roma – questo intervento assume un particolare significato perché restituisce l’attenzione a uno dei luoghi romani più strettamente legati alla memoria del santo”.
La Cella, già conosciuta come sacrario all’inizio del Cinquecento ed elevata a santuario da Clemente VIII, assunse la configurazione attuale tra la fine del Seicento e l’inizio del Settecento. A dominarla è l’imponente altare ligneo realizzato da Bernardino da Jesi, nel quale i 50 reliquiari compongono idealmente un grande albero dell’Ordine francescano. Tra le testimonianze artistiche più preziose custodite nel santuario spicca il “Ritratto di san Francesco”, tavola duecentesca dipinta a tempera e foglia d’oro da Margarito d’Arezzo, considerata una delle più antiche raffigurazioni del santo.
Accanto a questa si trovano le immagini di sant’Antonio da Padova e san Ludovico di Tolosa, attribuite a Lello da Orvieto e datate intorno al 1325.
“L’obiettivo – commenta Alessandra Acconci – è stato quello di considerare la Cella nel suo insieme: non una semplice raccolta di singole opere, ma uno spazio unitario, nel quale arredi, immagini e testimonianze devozionali concorrono a raccontarne la storia”.

























































