sabato, Ottobre 17, 2026
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Savigliano, Luciana Aprile: da 34 anni vive grazie a un fegato trapiantato

Luciana Aprile, biologa che ha lavorato all’ospedale di Savigliano, racconta una vita segnata da una malattia autoimmune e da un trapianto di fegato che le ha restituito una seconda opportunità: vive con l’organo trapiantato da 34 anni.

I primi seri problemi risalgono a una forma grave di herpes zoster, che la costò a un ricovero d’urgenza nel reparto di Malattie infettive dell’ospedale di Cuneo. Superata l’infezione, però, alcuni valori rimanevano fortemente alterati e si avviò un lungo percorso diagnostico. Seguita dai gastroenterologi delle Molinette di Torino, nel biennio 1986-1987 si recò a Londra per sottoporsi anche a una terapia sperimentale in doppio cieco, ma senza ottenere risposte definitive.

La svolta arrivò quasi per caso: guardando la televisione, Luciana ascoltò un professore parlare di trapianti e decise di contattarlo. Dopo un’attesa fortunata per una rinuncia, ottenne un appuntamento in ospedale. Il medico, «una persona di incredibile gentilezza», le comunicò la diagnosi chiara: cirrosi biliare primitiva, una malattia autoimmune per la quale «non esisteva una cura in grado di risolverla» e l’unica soluzione definitiva era il trapianto.

Luciana rimase in lista d’attesa circa un anno e mezzo, tra il 1991 e il 1992. Prima dell’intervento dovette anche confrontarsi con dubbi di natura religiosa: si rivolse all’abate di Sant’Andrea, che le chiarì il punto con una frase che lei ricorda ancora: «chi ha veramente amato il proprio prossimo non lo ha fatto soltanto a parole, ma attraverso un gesto concreto».

La chiamata per l’intervento arrivò alle 21:05 dal centro trapianti di Milano: era partito il pulmino per l’espianto e bisognava che l’organo arrivasse entro mezzanotte. L’elicottero non poteva volare di notte; l’ospedale mise a disposizione una macchina di servizio e, attraversando i caselli scortata dalla Polizia fino a Via Francesco Sforza, Luciana riuscì ad arrivare in tempo. Il trapianto andò bene.

Il ritorno alla vita normale, però, non fu privo di difficoltà: dopo il rientro al lavoro le capitò di sentire commenti carichi di pregiudizio, come «Come ti senti adesso? Tu sei viva e hanno ammazzato uno per salvarti». Poco dopo l’intervento ricevette anche una chiamata da un uomo che diceva di dirigere un’associazione e la invitava a un pranzo «con il trapiantato e i parenti del morto», proposta che sfociò in una forte discussione.

A distanza di 34 anni, Luciana racconta la sua esperienza per la rubrica “Storie di AIDO”, sottolineando come la donazione non sia stata soltanto un atto medico, ma l’occasione per avere davanti una seconda vita.