Strasburgo. Sedici anni dopo la condanna definitiva per frode fiscale sui diritti televisivi Mediaset, la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo ha respinto il ricorso di Silvio Berlusconi. I giudici hanno rigettato le contestazioni presentate dall’ex presidente del Consiglio e, dopo la sua morte nel 2023, dai suoi familiari, escludendo violazioni delle garanzie previste dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo.
La sentenza riguarda la condanna a quattro anni di reclusione inflitta a Berlusconi, tre dei quali condonati dall’indulto del 2006, diventata definitiva in Cassazione nel 2013. Il ricorso, presentato l’8 aprile 2014 con il numero 8683/14 e intitolato «Silvio Berlusconi contro Italia», contestava dodici aspetti del procedimento, dal diritto a un tribunale indipendente e imparziale alla possibilità di partecipare effettivamente al processo, fino al diritto di difesa, al principio del contraddittorio e al ne bis in idem.
La vicenda è arrivata all’esame del merito dopo un lungo iter: la Cedu aveva dichiarato ammissibile il ricorso nel 2021 e nei anni successivi aveva chiesto chiarimenti all’Italia. Anche la composizione del collegio ha attraversato passaggi delicati: il giudice italiano Raffaele Sabato si è astenuto e lo stesso ha fatto il giudice «ad hoc» individuato per sostituirlo, il professore Enzo Cannizzaro. Per completare il collegio è stato quindi chiamato il giudice del Liechtenstein Alain Chablais, giurista svizzero.
Tra i motivi del ricorso respinti da Strasburgo c’era la contestazione sull’assegnazione del procedimento alla sezione feriale della Cassazione nell’estate del 2013, basata su una segnalazione relativa all’imminente prescrizione del reato ritenuta errata dalla difesa. La Corte ha inoltre respinto la tesi secondo cui il processo avrebbe dovuto svolgersi a Brescia anziché a Milano, avanzata dai legali di Berlusconi sulla base dell’argomento che 62 magistrati del distretto milanese erano azionisti di Mediaset all’epoca dei fatti.
La Cedu ha esaminato anche le contestazioni relative all’esclusione di alcuni testimoni della difesa e al mancato riconoscimento di cinque «legittimi impedimenti» invocati dall’allora premier, che includevano riunioni del Consiglio dei ministri, incontri con capi di Stato stranieri e motivi di salute, tra cui l’uveite bilaterale. Queste questioni erano già state affrontate nei procedimenti italiani, compresi i conflitti di attribuzione sottoposti alla Corte costituzionale.
Un altro punto esaminato dalla Corte riguardava il ruolo attribuito a Berlusconi nella frode fiscale. La difesa contestava la condanna come «ideatore» del sistema sostenendo che l’imputato non facesse formalmente parte degli organi societari di Mediaset e non avesse firmato le dichiarazioni dei redditi, sottoscritte da un dirigente. Sono state respinte anche le doglianze sulla mancata concessione delle attenuanti generiche e sulla presunta sovrapposizione con altri procedimenti relativi a operazioni Mediaset, conclusi con decisioni favorevoli a Berlusconi.
Negli ultimi anni l’entourage del Cavaliere aveva insistito anche sulla presunta mancanza di imparzialità del presidente del collegio della sezione feriale della Cassazione, il magistrato oggi in pensione Antonio Esposito. Nel mirino della difesa era finita un’intervista rilasciata al quotidiano Il Mattino subito dopo la lettura del dispositivo, prima del deposito delle motivazioni, e alcune frasi che gli sarebbero state attribuite da conoscenti e considerate indicative di un pregiudizio politico: «se mi capita a tiro gli faccio un mazzo così».
Con la decisione di Strasburgo si chiude il percorso del ricorso europeo, avviato oltre 12 anni fa, senza che la Corte abbia riconosciuto le violazioni dei diritti fondamentali denunciate dalla difesa.































































