sabato, Ottobre 17, 2026
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Veneto, Bigon: servono almeno 10 milioni in più per la medicina territoriale

«La riforma della medicina territoriale, attesa e sbandierata da tempo dalla Giunta regionale, continua a tradire le attese: anziché azzerare le carenze, le voragini negli organici si sono allargate ulteriormente». Lo afferma la consigliera regionale del Partito Democratico Anna Maria Bigon, che denuncia una situazione critica: «Tra Veneto e Friuli Venezia Giulia mancano all’appello più di mille medici di base, con centinaia di zone scoperte e cittadini lasciati senza assistenza di prossimità. Nella sola nostra regione le zone carenti sono arrivate alla quota record di 747, a dimostrazione del sostanziale fallimento delle politiche attuate finora».

Bigon solleva la necessità di un cambio di passo immediato in vista della prossima manovra finanziaria. «Confermare per il prossimo anno esclusivamente i 12 milioni di euro già stanziati in passato è del tutto insufficiente. Come pensiamo di integrare e trattenere il personale senza investire di più? In vista del prossimo bilancio occorre un aumento di almeno 10 milioni di euro destinati specificamente alla medicina territoriale, portando le risorse complessive ad almeno 22 milioni», dice la consigliera.

Secondo Bigon, questi fondi devono essere impiegati per dotare gli studi dei medici di famiglia di adeguati strumenti diagnostici e di un solido supporto di personale amministrativo e di segreteria, in modo da sollevare i professionisti dalle incombenze burocratiche e permettere loro di dedicarsi alla cura dei pazienti. La consigliera avverte inoltre che «concentrare le risorse sulle AFT da circa 30mila abitanti a scapito della capillare presenza territoriale e delle Medicine di Gruppo Integrate significa indebolire il vero presidio di prossimità per i cittadini».

Sulla formazione dei medici di medicina generale, Bigon riconosce che «la revisione e l’aumento dell’importo delle borse di studio rappresenta un passo utile sul piano economico, ma non basta». Per restituire attrattività alla professione, sostiene, è necessaria «l’istituzione di una vera e propria specializzazione universitaria, capace di garantire dignità, stabilità e pieno riconoscimento scientifico ai medici di famiglia».

La consigliera evidenzia inoltre la criticità del settore infermieristico: «In due anni abbiamo perso circa 500 infermieri, spinti ad andarsene da turni logoranti e retribuzioni inadeguate». Bigon critica anche il ricorso a «scorciatoie», come il reclutamento all’estero di personale che spesso incontra barriere linguistiche e difetti di formazione specifica, definendo «assurdo investire nelle nostre università per formare eccellenze e poi costringerle all’emigrazione». Per contrastare la fuga, chiede «un concreto aumento degli stipendi, il riconoscimento di maggiori responsabilità professionali e reali possibilità di carriera».

«La salute dei cittadini e la tenuta della sanità pubblica richiedono investimenti strutturali e una visione di lungo periodo», conclude Bigon, «non stanziamenti al ribasso o soluzioni di comodo».