La doppia battuta d’arresto del fine settimana — il rialzo dell’offerta di Intesa e l’impegno all’adesione di Delfin — mette in discussione la strategia di Luigi Lovaglio. Se Caltagirone dovesse unirsi alla holding della famiglia Del Vecchio, il fronte del no supererebbe il 31% del capitale, lontano dai due terzi necessari per autorizzare le due Ops su Banca Generali e Banco Bpm.
Secondo fonti finanziarie contattate da AdnKronos, il banchiere lucano non rimarrebbe a guardare: si parla di un cda straordinario già giovedì o comunque entro la fine della settimana. I rumors di mercato citati dalle stesse fonti ipotizzano anche un possibile rinvio dell’assemblea e l’eventualità che Lovaglio tenti di “rafforzare” la proposta di remunerazione come ultima carta per ottenere il consenso dei fondi, nel momento in cui le Ops appaiono più difficili.
Antonio Tognoli, responsabile della macroanalisi di Cfo Sim, risponde alla domanda se sia possibile alzare il dividendo: “È possibile alzare il dividendo? Sì, in linea di principio”. Tognoli sottolinea che il Cda può proporre di aumentare l’ammontare della cedola o modificarne la composizione — ad esempio con una quota maggiore in cash o un diverso mix con azioni Generali — per renderla più appetibile agli azionisti istituzionali e ai fondi, proponendo poi la misura all’assemblea. Si tratterebbe, osserva l’analista, di una leva di “creazione di valore immediato” che si affianca agli oltre 16 miliardi di remunerazione complessiva previsti dal piano di più lungo termine.
L’operazione, però, presenta complessità. “Intesa ha infatti calibrato il rilancio in cash proprio con l’obiettivo di superare o almeno eguagliare il valore percepito del dividendo straordinario di Mps, pari a circa 1,208 euro per azione secondo il piano precedente. Un eventuale via libera comunque al dividendo straordinario – o alla riduzione di capitale a esso collegata – potrebbe inoltre far scattare la condizione di inefficacia dell’Opas di Intesa, con possibili reazioni da parte del mercato”, avverte Tognoli. Inoltre, un aumento della remunerazione richiederebbe la disponibilità di capitale e riserve sufficienti, il via libera dell’assemblea e, a seconda della struttura dell’operazione, eventuali valutazioni o autorizzazioni regolamentari.
Una decisione di questo tipo sarebbe ancora più complessa se accompagnata da un rinvio dell’assemblea. Tognoli ricorda che l’assemblea è già stata convocata, con l’integrazione dell’ordine del giorno arrivata a fine settembre: un rinvio sostanziale implicherebbe, in linea generale, una nuova convocazione da parte del Cda nel rispetto dei termini di preavviso previsti dalla legge e dallo statuto, oppure potrebbe essere disposto in sede assembleare ai sensi dell’articolo 2374 del Codice civile (limitato e su richiesta di una quota rilevante dei presenti, di solito per motivi di informazione insufficiente e non oltre pochi giorni). “Una simile scelta — osserva l’analista — rischierebbe di essere interpretata dal mercato come una forma di ostruzionismo, aumentando l’incertezza sul titolo e sulle tempistiche dell’Opas di Intesa”.
Nel frattempo, i soggetti interessati non sembrano avere fretta. Generali, primo e principale azionista di Banca Generali, non si pronuncerà sull’Ops lanciata da Monte prima dell’assemblea del 29 ottobre. Banco Bpm attende invece di capire come si muoverà Credit Agricole.


























































