martedì, Ottobre 20, 2026
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Roma, Vincent Huguet porta Siegfried nella Roma del Rinascimento a Santa Cecilia

Un Siegfried ambientato nella Roma rinascimentale, «un’ epoca in cui il Palatino è caduto in rovina mentre il Vaticano è diventato il centro del mondo cattolico». Con questa immagine il regista francese Vincent Huguet presenta la sua lettura del capolavoro wagneriano che il 21 ottobre alle 18, con Daniel Harding sul podio, apre all’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone la stagione sinfonica dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia.

Si tratta del secondo appuntamento con la tetralogia di Wagner, parte del progetto della fondazione musicale romana di proporre l’esecuzione integrale in forma scenica del Ring, che a Roma mancava dal 1961. L’opera torna con «la stessa squadra vincente» applaudita lo scorso anno per La Valchiria: accanto a Harding e a Huguet, il designer Pierre Yovanovitch ha ideato un impianto scenico capace di trasformare la Sala Santa Cecilia, mentre i costumi sono firmati da Edoardo Russo e realizzati in collaborazione con la sartoria Tirelli Trappetti.

Nel cast figurano il tenore statunitense Clay Hilley e il basso-baritono Michael Volle, riconfermato nel ruolo di Wotan. Completano la compagine artistica il soprano svedese Elisabet Strid (Brünnhilde), Wolfgang Ablinger-Sperrhacke (Mime), Wolfgang Koch (Alberich) e il contralto Anna Kissjudit (Erda).

Huguet motiva la scelta dell’ambientazione ricordando il ruolo storico di Roma: «Wagner compose la Tetralogia nella seconda metà dell’Ottocento, l’epoca dei grandi imperi europei – dice Huguet -. Il libretto descrive l’ascesa e la caduta dell’impero di Wotan. Storicamente, Roma è una delle pochissime città che può vantare di essere stata capitale di almeno tre imperi: l’Impero Romano, lo Stato Vaticano e, infine, l’Impero coloniale italiano tra gli anni Trenta e Quaranta del Novecento. Tre momenti della lunga storia d’Italia, che per noi faranno da sfondo alle ‘tre giornate’ del ciclo wagneriano».

Nelle note di regia Huguet prosegue: «Tutto il Siegfried potrebbe svolgersi in Vaticano – spiega Huguet nelle note di regia – nei suoi sotterranei, nel labirinto delle sue colonne e delle sue cripte segrete o sui suoi sontuosi altari, scolpiti per le estasi che Wagner ha messo in musica come se volesse elevare al cielo i suoi nuovi amanti».

Il regista descrive poi il protagonista: nato orfano dall’amore incestuoso di Sieglinde e Siegmund e allevato da Mime, un nano avido, Siegfried possiede la forza e la brutalità dell’eroe. Tuttavia può essere scambiato per un giovane ingenuo: trascorre il suo tempo nel cuore della foresta a osservare gli animali, senza mai incrociare un suo simile, al punto da non saper distinguere pienamente un uomo da una donna.

Siegfried è anche figura di rinascita: prima attraverso la spada Notung, da fondere e forgiare di nuovo; poi come avvio di una dinastia sognata da Wotan attraverso il nipote; e infine nella trasformazione di Brünnhilde, condannata da Wotan a dormire per l’eternità e protetta dalle fiamme, che grazie al bacio e all’amore di Siegfried «diventerà donna». Wagner, osserva Huguet, «mette in musica e in scena la possibilità di una rinascita», ma allo stesso tempo solleva «quella che, ai suoi occhi, potrebbe essere una delle più funeste maledizioni: gli inesorabili vincoli che legano tra loro le generazioni e la loro incapacità di parlarsi e comprendersi».