martedì, Ottobre 20, 2026
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Jeffreys Bay, 19 luglio 2015: Mick Fanning racconta come prese a pugni uno squalo

Ci sono episodi nello sport che annullano la competizione e lasciano spazio solo all’istinto di sopravvivenza. Per Mick Fanning, tre volte campione del mondo di surf, quel momento risale al 19 luglio 2015, nelle acque di Jeffreys Bay, in Sudafrica: la finale del J-Bay Open in cui un grande squalo bianco attaccò in mondovisione e il surfista riuscì a salvarsi a colpi di pugni e calci, come racconta oggi nella sua autobiografia, All Heart.

Nel libro Fanning ripercorre con precisione la sequenza dell’attacco. “Sento un grande tonfo dietro di me. Guardando oltre la spalla sinistra, intravedo un’enorme sagoma scura nell’acqua. Un’incredibile scarica di paura mi assale. Che diavolo è?”, scrive. In un attimo viene sbalzato dalla tavola e, trascinato verso il basso dal cavo di sicurezza legato alla caviglia, intuisce la gravità della situazione: davanti a lui vede “l’inconfondibile pinna di uno squalo”.

Le telecamere in diretta ripresero quei momenti: Fanning si aggrappò convulsamente alla tavola fino a quando un’onda coprì la scena e la regia interruppe la ripresa. “Un secondo di panico totale – ricorda l’australiano nel libro -. Poi: thwack! La coda dello squalo si frusta e mi colpisce sulla guancia sinistra… vengo trascinato giù nell’acqua agitata, con una forza tale da strapparmi quasi la gamba dall’articolazione”.

Appena tornato a galla, l’animale si dirige direttamente verso di lui “come un siluro”. È in quel momento che Fanning inizia a urlare e a reagire con tutto ciò che ha: “Lo squalo mi si scaglia contro di lato e io mi metto a colpire alla cieca con i pugni, urlando, tirando pugni e calci. Mi scrolla via come una foglia. Cado di nuovo all’indietro tra le onde e, quando la testa riemerge, lo vedo nuotare via da me verso l’orizzonte”.

Il soccorso raggiunse Fanning: sulla barca i due, salvi, “iniziamo entrambi a ridere come matti, ubriachi fradici di adrenalina e puro sollievo, come se avessimo vinto una guerra, ingannato la morte”, racconta. Nel frattempo il connazionale e rivale Julian Wilson nuotò verso di lui per aiutarlo, nonostante gli improperi di Fanning che non voleva che rischiasse nulla.

Giunti a terra, però, l’atmosfera cambiò: altri surfisti rimasero sotto shock e in lacrime, pietrificati dal terrore. Fu solo guardando il replay della diretta negli uffici dell’organizzazione che Fanning comprese pienamente l’accaduto e la mole dell’animale — oltre tre metri e mezzo — lo colpì profondamente. Pensando alla madre che lo vedeva dalla televisione e all’abbraccio della moglie Bec, scoppiò in lacrime. “All’improvviso non mi sentii più invincibile. Mi sentii soltanto molto, molto fortunato”, conclude nel libro.