sabato, Ottobre 17, 2026
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Roma: tumore al seno, il 42% delle donne teme di perdere il lavoro

Dopo una diagnosi di tumore al seno, tornare al lavoro o conservarlo durante le cure può rivelarsi un percorso complesso, segnato dai tempi delle terapie, dalla fatica fisica ed emotiva e dalla difficoltà a orientarsi tra le normative. In Italia il 42% delle donne teme di perdere il lavoro in caso di malattia grave, un dato che sottolinea come il tema riguardi non solo l’autonomia economica ma anche l’identità personale e la possibilità di progettare il futuro.

Per portare il problema all’attenzione delle istituzioni, la Sala stampa della Camera dei deputati a Roma ha ospitato l’incontro “Tumore e lavoro: vivere e lavorare dopo una diagnosi di tumore al seno”, promosso dagli onorevoli Silvio Giovine ed Enzo Amich e da EuropaDonna Italia, in collaborazione con Bistoncini Partners.

“Una diagnosi oncologica non dovrebbe tradursi anche nella perdita di opportunità professionali”, ha dichiarato Giovine, presidente dell’Intergruppo Fragilità e Lavoro e componente della XI Commissione della Camera. “Il tema riguarda la capacità del sistema di accompagnare le donne in una fase delicata della loro vita, conciliando le esigenze di salute con il diritto al lavoro. Servono strumenti di tutela accessibili, informazioni chiare e una maggiore collaborazione tra istituzioni, servizi e imprese, affinché il rientro non dipenda esclusivamente dalle possibilità della singola lavoratrice di affrontare ostacoli organizzativi e burocratici. Portare questa questione all’attenzione parlamentare significa riconoscere che la fragilità legata alla malattia richiede risposte concrete, capaci di tutelare la persona senza cancellarne competenze e aspirazioni”.

EuropaDonna Italia, che da anni si occupa del rapporto tra tumore al seno e lavoro con attività di sensibilizzazione, informazione e orientamento, ha presentato i risultati di un’indagine nazionale realizzata nel 2023 con Euromedia Research. Secondo lo studio, il 54% delle donne ha ricevuto poco o nessun sostegno dall’azienda e dai colleghi dopo la diagnosi, mentre il 67% giudica arretrato e insufficiente il sistema di tutela delle lavoratrici con malattie gravi.

“Questi dati – ha osservato Alessandra Carra, vicepresidente di EuropaDonna Italia – ci dicono che non possiamo chiedere alle donne di affrontare anche la complessità del sistema proprio quando hanno bisogno di concentrare le energie sulla propria salute. Europa Donna Italia ha scelto di lavorare su questo fronte partendo dall’ascolto e dall’informazione, con strumenti dedicati ai diritti, iniziative di orientamento e progetti di reinserimento professionale. Oggi, con il progetto pilota Althea, vogliamo contribuire a un cambiamento ulteriore: costruire collegamenti più solidi tra ospedali, servizi per il lavoro, imprese e associazioni, perché le donne possano trovare risposte riconoscibili e adeguate alle proprie esigenze. Il lavoro, quando compatibile con la condizione di salute e sostenuto da un contesto rispettoso, può essere una risorsa per ritrovare autonomia e progettualità. La tutela deve riguardare anche questa parte della vita”.

Accanto alla conoscenza delle tutele, secondo gli organizzatori va considerata anche la dimensione psicologica e le condizioni concrete del rientro: non esiste un percorso uguale per tutte. “L’esperienza oncologica può rappresentare una frattura nella continuità della propria vita. In questo processo – ha spiegato Claudia Borreani, psiconcologa della Fondazione Irccs Istituto nazionale dei tumori di Milano – il lavoro può assumere significati diversi: per alcune donne è una risorsa che sostiene l’autostima, il senso di efficacia e la progettualità; per altre può diventare un ostacolo, soprattutto quando le richieste professionali non sono compatibili con le condizioni di salute o manca un adeguato supporto. È importante quindi non considerare il rientro come un passaggio automatico, né attribuire alla donna tutta la responsabilità di renderlo possibile. Servono ascolto, rispetto della riservatezza, flessibilità organizzativa e attenzione alle relazioni sul luogo di lavoro, per individuare soluzioni coerenti con i bisogni e le possibilità di ciascuna”.

Da questa necessità di collegare i bisogni delle pazienti ai servizi territoriali nasce Althea – Verso il lavoro di cura, progetto pilota capeggiato da Afol Metropolitana in collaborazione con EuropaDonna Italia, Comune di Milano, ABCittà Cooperativa Sociale, Umana Spa e Aidp – Associazione italiana per la direzione del personale, e finanziato nell’ambito del Piano Emergo 2024 di Città Metropolitana di Milano.

“Nella prima fase di Althea – hanno riferito Simone Cerlini, capo divisione Lavoro di Afol Metropolitana, e Luciana Nanotti, coordinatrice del progetto Althea di Afol Metropolitana – abbiamo chiesto a 219 donne in cura negli ospedali milanesi che cosa rappresentasse per loro il lavoro: per il 91,8% è un’occasione di ripartenza e di ritorno alla normalità. Pensarsi nel futuro è già parte della cura. Eppure il 72,6% giudica insufficienti le informazioni su norme e agevolazioni, e i servizi per il lavoro sono indicati come primo interlocutore utile al rientro (31,1%), prima degli ospedali. Il nodo è che sanità, servizi per il lavoro e imprese non dialogano, e a tenerli insieme finisce per essere la donna. Per questo stiamo costruendo un modello che li collega, realizzando incontri informativi per professionisti del lavoro e della sanità, e momenti di sensibilizzazione rivolti alle imprese su cultura organizzativa e adattamento delle mansioni alla persona. Il focus del progetto è l’imminente apertura di spazi di ascolto dedicati al lavoro nelle Breast Unit di importanti strutture ospedaliere milanesi, tra cui l’Istituto nazionale dei tumori, l’Istituto europeo di oncologia e la Fondazione Irccs Ca’ Granda ospedale Maggiore Policlinico di Milano”.

L’incontro alla Camera è stato definito dagli organizzatori un’occasione per portare l’esperienza milanese in un confronto nazionale. “Un passaggio essenziale, che emerge dal confronto di oggi, riguarda anche l’informazione – ha concluso Amich -. La disponibilità di strumenti e tutele è fondamentale, ma altrettanto importante è che le donne sappiano che cosa è previsto e come accedervi. La collaborazione delle istituzioni con le associazioni di pazienti e con i professionisti che le accompagnano può contribuire a far arrivare informazioni corrette e comprensibili, evitando che diritti e opportunità restino difficili da conoscere o utilizzare. Con questo incontro vogliamo favorire un confronto capace di tradursi in iniziative e risposte più efficaci, che possano fare la differenza nel percorso professionale di una donna, in una fase già delicata della propria vita”.