Un Siegfried ambientato nella Roma del Rinascimento, «un’epoca in cui il Palatino è caduto in rovina mentre il Vaticano è diventato il centro del mondo cattolico». È la visione del regista francese Vincent Huguet per il capolavoro di Wagner che il 21 ottobre alle 18, con Daniel Harding sul podio, apre all’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone la stagione sinfonica dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia.
Si tratta del secondo appuntamento con la tetralogia del compositore tedesco, che la fondazione musicale romana sta proponendo in esecuzione integrale in forma scenica: il Ring mancava a Roma dal 1961. L’opera torna con la stessa squadra che lo scorso anno è stata applaudita per La Valchiria.
Accanto a Harding e a Huguet, il designer Pierre Yovanovitch ha ideato un impianto scenico pensato per trasformare la Sala Santa Cecilia, mentre i costumi sono firmati da Edoardo Russo e realizzati in collaborazione con la sartoria Tirelli Trappetti. Nel cast spiccano il tenore statunitense Clay Hilley e il basso-baritono Michael Volle, riconfermato nel ruolo di Wotan. Completano il cast il soprano svedese Elisabet Strid (Brünnhilde), Wolfgang Ablinger-Sperrhacke (Mime), Wolfgang Koch (Alberich) e il contralto Anna Kissjudit (Erda).
Secondo Huguet, Wagner compose la Tetralogia nella seconda metà dell’Ottocento, «l’epoca dei grandi imperi europei», e il libretto descrive «l’ascesa e la caduta dell’impero di Wotan». Per il regista, Roma è una delle poche città che può vantare di essere stata capitale di almeno tre imperi: l’Impero Romano, lo Stato Vaticano e, infine, l’Impero coloniale italiano tra gli anni Trenta e Quaranta del Novecento. «Tre momenti della lunga storia d’Italia, che per noi faranno da sfondo alle ‘tre giornate’ del ciclo wagneriano».
Huguet spiega inoltre che «tutto il Siegfried potrebbe svolgersi in Vaticano», nei suoi sotterranei, «nel labirinto delle sue colonne e delle sue cripte segrete o sui suoi sontuosi altari, scolpiti per le estasi che Wagner ha messo in musica come se volesse elevare al cielo i suoi nuovi amanti».
Il regista descrive poi il protagonista: nato orfano dall’amore incestuoso di Sieglinde e Siegmund ma allevato da Mime, «un nano avido», Siegfried possiede la forza e la brutalità di un eroe, ma può essere scambiato per un giovane ingenuo poiché vive isolato nella foresta, «a inseguire e osservare gli animali senza mai incrociare un suo simile, al punto da non saper ben distinguere un uomo da una donna».
Secondo Huguet, Siegfried parla di rinascita su più piani: della spada Notung da fondere e forgiare di nuovo; di una dinastia sognata da Wotan attraverso il nipote, «il suo personale Cristo che forse potrà lavare i suoi peccati come l’agnello di Dio che libera il mondo dalla corruzione»; e infine di Brünnhilde, condannata da Wotan a dormire per l’eternità protetta dalle fiamme, che grazie al bacio e all’amore di Siegfried «diventerà donna». Wagner, conclude il regista, mette in musica e in scena la possibilità di una rinascita, «mentre già solleva il velo su quella che, ai suoi occhi, potrebbe essere una delle più funeste maledizioni: gli inesorabili vincoli che legano tra loro le generazioni e la loro incapacità di parlarsi e comprendersi».





























































