La Frick Collection presenta la prima mostra dedicata all’età d’oro della scultura bronzea senese: Siena: The Art of Bronze, 1450-1500, curata dallo storico dell’arte Giulio Dalvit e sponsorizzata da Louis Vuitton. Aperta fino al 18 gennaio, l’esposizione riunisce una quarantina di opere — statue, rilievi, medaglie e oggetti d’uso — molti dei quali non avevano mai lasciato la Toscana.
Tra i capitoli meno noti del Rinascimento riportati alla luce dalla mostra c’è il soggiorno di Donatello a Siena. Arrivato nel 1457 per realizzare le porte della Cattedrale, il celebre scultore del Quattrocento non riuscì in quattro anni a completare alcuna opera a causa dell’ostilità dei senesi verso la rivale Firenze; per ragioni politiche non gli fu, inoltre, mai fornito il bronzo necessario, spiega Dalvit. Il percorso espositivo si apre con Donatello e la lastra tombale in bronzo del canonico e vescovo di Grosseto Giovanni di Bartolomeo Pecci, realizzata a Padova prima del soggiorno senese e inviata a Siena per essere installata in Cattedrale: uno degli otto lavori firmati dall’artista giunti fino a noi, che conserva tracce di colore e suggerisce che fosse originariamente dipinta.
La mostra rovescia anche la tradizione che vede Siena come una versione minore di Firenze costruita da Giorgio Vasari: “Vasari raccontò il Rinascimento dal punto di vista dei vincitori, relegando i senesi in una posizione quasi coloniale”, osserva Dalvit, quando in realtà la Siena del Quattrocento “era una repubblica prospera e indipendente, attraversata dalla Via Francigena, lungo la quale circolavano pellegrini, mercanti, artisti e idee da tutta Europa”. Tra i pezzi esposti figura la formella della Resurrezione di Cristo di Lorenzo di Pietro, detto il Vecchietta, datata 1472 — l’anno del tabernacolo bronzeo della Cattedrale — e parte della collezione creata dal magnate dell’acciaio Henry Clay Frick. Nella formella Cristo è rappresentato mentre si solleva senza peso, sfidando le leggi della prospettiva e della gravità.
La vicenda artistica senese prosegue con Francesco di Giorgio Martini, allievo del Vecchietta: architetto, ingegnere e scultore, sperimentò rilievi dalle superfici così morbide e atmosferiche da essere stati in passato attribuiti a Leonardo per lo sfumato ottenuto non con il colore, ma attraverso il bronzo. Leonardo, si ricorda nella mostra, conosceva il lavoro del senese e possedeva una copia del suo trattato di architettura che studiò e annotò personalmente.
Con prestiti arrivati anche dal Bargello, da Capodimonte, da Urbino, da Perugia e da istituzioni di Londra, Berlino e Dresda, l’esposizione indaga inoltre il rapporto tra arte e guerra. In epoca bellica molte opere in bronzo venivano fuse per fabbricare armi, motivo per cui ne sono pervenute così poche: “Quando guardiamo un bronzo senese, dovremmo sempre pensare a un cannone mancante”, afferma Dalvit, che ha accostato in una sala sculture, disegni di bombarde e una campana di quasi mezza tonnellata per ricordare che il bronzo era un materiale prezioso, costoso e continuamente riciclabile. Destinarlo all’arte anziché alla difesa, sottolinea la mostra, era una scelta politica oltre che estetica.



























































