Trattare il cervello umano come se fosse un computer rischia di danneggiare il modo in cui apprendiamo. A lanciare l’allarme è Benjamin Riley, fondatore di Cognitive Resonance, un think tank nato per aiutare a comprendere le differenze tra il pensiero umano e l’intelligenza artificiale generativa.
Riley mette in guardia contro la visione promossa dai vertici dell’industria tecnologica, secondo cui la mente funzionerebbe come una macchina biologica programmabile. “Gli esseri umani sono più complessi di quanto un semplice paragone con i computer ci lasci intendere”, scrive in un contributo sul sito specializzato The Verge.
Le conseguenze maggiori, avverte l’esperto, si avvertono nel settore scolastico. Parla di una vera e propria delega cognitiva: l’IA offre risposte pronte e immediate, ma sottrae ai ragazzi l’allenamento necessario per imparare a ragionare con la propria testa.
“È l’esempio più lampante di come l’intelligenza artificiale indebolisca i sistemi su cui facciamo affidamento per sviluppare le nostre capacità cognitive, sacrificate in nome della comodità”, afferma Riley. “Esistono delle prove”, aggiunge, “secondo cui gli studenti che abusano dei modelli linguistici complessi per scopi didattici si abituano a rilassare il proprio giudizio e il pensiero critico anche in altri contesti”.
Sulla scia di queste preoccupazioni, in Norvegia è stato introdotto il divieto di usare l’intelligenza artificiale a scuola sotto i 13 anni. Negli Usa sono state varate restrizioni analoghe nelle scuole primarie.
“L’intelligenza umana non nasce da un freddo calcolo di dati, ma dall’azione continua”, conclude Riley, “dall’esperienza diretta del mondo e dalla trasmissione culturale tra individui. Elementi che nessun software potrà mai sostituire”.


























































