Da nuova ricchissima “mecca” dello sport mondiale a fonte di problemi per organizzatori e atleti: è la parabola dei Paesi del Golfo, alle prese con impegni finanziari legati ai contratti e con la minaccia della guerra con Iran e Houthi. Nonostante i rischi, nella regione cresce la volontà di rilanciarsi proprio attraverso lo sport.
Nelle prossime settimane l’area del Golfo Persico ospiterà diversi appuntamenti importanti. In calendario c’è il Six Kings Slam di tennis (21-24 ottobre) con Carlos Alcaraz, Novak Djokovic e Alexander Zverev tra gli altri. Più avanti sono previsti due Gran Premi di Formula 1: Qatar (27-29 novembre) e Abu Dhabi (4-6 dicembre). Al momento gli impegni sono confermati “con riserva”, ma aumentano le perplessità sull’opportunità di disputare eventi in uno degli scenari di guerra più caldi.
L’aeroporto internazionale di Riad è ancora chiuso dopo l’attacco missilistico della scorsa settimana da parte degli Houthi yemeniti; qui il 19 dovrebbero atterrare i sei tennisti che parteciperanno al torneo milionario. Sul piatto ci sono circa 13 milioni di dollari e un gettone di partecipazione di 1,5 milioni per concorrente.
Dure le reazioni di alcuni protagonisti. “Io al 1000% non ci andrei”, ha detto l’ex numero 1 al mondo Andy Roddick. “Non mi avvicinerei nemmeno — spiega lo statunitense — So che stanno ricevendo un sacco di soldi, ma non lo farei. Non è questa cosa che cambierà la vita di nessuna delle persone coinvolte”. All’inizio del mese anche il pilota di F1 Max Verstappen si era espresso negativamente in vista dei prossimi Gp nel Golfo: “Solitamente sono felice di andare a correre in Qatar e ad Abu Dhabi, però, con una guerra lì vicino e con dei Paesi in conflitto, penso che non dovremmo andarci — ha detto l’olandese — Non importa che ci sia un contratto o meno. Ma alla fine non decido io”.
La Formula 1 sembra intenzionata a confermare le due gare previste nella regione, pur avendo messo in preallerta i gestori del circuito di Imola nell’eventualità si debba sostituire Abu Dhabi a dicembre. Negli scorsi mesi Qatar, Emirati Arabi, Kuwait e Arabia Saudita hanno dovuto cancellare o rinviare numerosi tornei, dall’equitazione alla vela al pugilato. Tra le cancellazioni più rilevanti quella della “Finalissima 2026” tra Spagna e Argentina, prevista a Lusail lo scorso 27 marzo. Anche il Gran Premio dell’Arabia Saudita è stato annullato; il Bahrain GP, già rinviato dallo scorso aprile, si è tenuto la scorsa settimana in Malesia, con una perdita di circa 200 milioni per la Liberty Media che organizza il campionato.
Per i Paesi che avevano puntato sui grandi eventi per rilanciare la propria immagine internazionale, la situazione rappresenta un duro colpo alla credibilità. Le mille luci degli alberghi extralusso e le auto di lusso parcheggiate hanno lasciato spazio ai cristalli in frantumi degli hotel e ai segni neri del fumo causati dall’impatto dei missili di Teheran. Uno dopo l’altro, calcio, tennis, Formula 1 e MotoGP sono stati costretti ad andarsene. Tra gli effetti anche il ritiro del sostegno finanziario del PIF, il fondo sovrano saudita, alla LIV Golf League.
Il flusso di petrodollari si è arrestato. Si stima che la sola Arabia Saudita negli ultimi 5 anni abbia investito per lo sport non meno di 10 miliardi di dollari.
L’evoluzione della guerra, che per alcuni aspetti risulterebbe più favorevole a Iran e Houthi, starebbe però spingendo i Paesi del Golfo a cambiare narrazione: serve normalità per evitare malcontenti interni e per dare un segnale di stabilità ai mercati internazionali. In questo contesto lo sport torna ad assumere un ruolo geopolitico per un’area che, attraverso i grandi eventi, voleva e vuole cambiare la propria storia.



























































