Ci sono poesie che segnano l’inizio di una stagione della vita; altre sembrano accompagnarti ancora prima di nascere. Per l’autore del testo è andata così.
Il nome Silvia richiama più trame: il 3 novembre si celebra santa Silvia, madre di papa Gregorio Magno; nella mitologia romana Rea Silvia era una vestale che si unì al dio Marte e diede alla luce Romolo e Remo, i gemelli che secondo la leggenda avrebbero fondato Roma. Giacomo Leopardi, si ricorda, preferì usare quel nome nella sua poesia piuttosto che il nome della ragazza verso la quale si pensa fosse invaghito, la figlia del suo cocchiere Teresa Fattorini. L’ispirazione, si nota, guarda anche a Torquato Tasso e all’Aminta, ma ciò che conta è il suono e il significato del nome: di origine latina, profuma letteralmente di bosco e richiama un’immagine di natura libera, selvaggia e indomata.
Questa stessa idea di natura e sogno riaffiora nelle tele del pittore braidese Franco Gotta, evocata tra immagini e aforismi. In particolare viene citata una frase di Fabrizio Caramagna: «C’è una Luna in cielo morbida come il tuo corpo che esce dal mare, luminosa come le parole che pronunci ogni volta».
Per Leopardi, Silvia è molto di più di un nome: è emozione, è la giovinezza perduta, l’innocenza transitoria, la speranza tradita. È il canto funebre di un amore mai nato e, insieme, il lamento per la vita del poeta a Recanati, prigioniera degli «studi leggiadri e sudate carte». Pur riconoscendo che si potrebbe approfondire la metrica e le scelte lessicali di questo «grande idillio», l’autore preferisce lasciare la parafrasi a un’altra occasione e offre la lettura diretta della poesia.
A Silvia
Silvia, rimembri ancora
Quel tempo della tua vita mortale,
Quando beltà splendea
Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
E tu, lieta e pensosa, il limitare
Di gioventù salivi?
Sonavan le quiete
Stanze, e le vie dintorno,
Al tuo perpetuo canto,
Allor che all’opre femminili intenta
Sedevi, assai contenta
Di quel vago avvenir che in mente avevi.
Era il maggio odoroso: e tu solevi
Così menare il giorno.
Io gli studi leggiadri
Talor lasciando e le sudate carte,
Ove il tempo mio primo
E di me si spendea la miglior parte,
D’in su i veroni del paterno ostello
Porgea gli orecchi al suon della tua voce,
Ed alla man veloce
Che percorrea la faticosa tela.
Mirava il ciel sereno,
Le vie dorate e gli orti,
E quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
Lingua mortal non dice
Quel ch’io sentiva in seno.
Che pensieri soavi,
Che speranze, che cori, o Silvia mia!
Quale allor ci apparia
La vita umana e il fato!
Quando sovviemmi di cotanta speme,
Un affetto mi preme
Acerbo e sconsolato,
E tornami a doler di mia sventura.
O natura, o natura,
Perché non rendi poi
Quel che prometti allor? perché di tanto
Inganni i figli tuoi?
Tu pria che l’erbe inaridisse il verno,
Da chiuso morbo combattutta e vinta,
Perivi, o tenerella. E non vedevi
Il fior degli anni tuoi;
Non ti molceva il core
La dolce lode or delle negre chiome,
Or degli sguardi innamorati e schivi;
Né teco le compagne ai dì festivi
Ragionavan d’amore
Anche peria fra poco
La speranza mia dolce: agli anni miei
Anche negaro i fati
La giovanezza. Ahi come,
Come passata sei,
Cara compagna dell’età mia nova,
Mia lacrimata speme!
Questo è quel mondo? questi
I diletti, l’amor, l’opre, gli eventi
Onde cotanto ragionammo insieme?
Questa la sorte dell’umane genti?
All’apparir del vero
Tu, misera, cadesti: e con la mano
La fredda morte ed una tomba ignuda
Mostravi di lontano.
Che onore. La parafrasi sarà per un’altra volta.































































