Shanghai. Il mercato tecnologico cinese sta attraversando la sua crisi più profonda dall’avvio della corsa all’oro digitale: in meno di quattro mesi l’entusiasmo per l’intelligenza artificiale e i semiconduttori si è tramutato in un violento sell-off che ha cancellato 480 miliardi di dollari di capitalizzazione di mercato.
Lo STAR 50, indice della Borsa di Shanghai creato per raccogliere i campioni nazionali dell’high-tech, della robotica e dei chip, è sceso a 1.160,84 punti. Rispetto al picco intraday registrato a inizio luglio, pari a 2.255,25 punti, il calo complessivo dell’indice sfiora il 48,5%. I titoli legati a robotica e hardware avanzato hanno registrato perdite ancora più accentuate: Unitree, produttore di robot umanoidi la cui IPO era stata sovrascritta 8.000 volte dai piccoli risparmiatori, ha perso oltre il 50% del valore, mentre altre società hanno subito ribassi superiori al 60%. Anche il listino principale delle blue chip, il CSI 300, è scivolato in territorio ribassista, perdendo circa il 20% dai picchi estivi.
Secondo report delle principali banche d’affari internazionali, la crisi non è causata da un singolo shock ma rappresenta lo sgonfiamento di un mercato surriscaldato. Gli analisti individuano tre fattori chiave: la trappola della monetizzazione, la morsa delle sanzioni occidentali e valutazioni fuori controllo. Molte aziende hanno attratto capitali semplicemente aggiungendo l’etichetta “AI” al proprio modello di business, ma la conversione dei progressi tecnologici in ricavi sostenibili è risultata lenta. Le crescenti restrizioni all’esportazione imposte dagli Stati Uniti e dai partner commerciali hanno limitato l’accesso ai chip di ultima generazione, fondamentali per l’addestramento dei modelli LLM. Infine, al culmine della frenata speculativa, i titoli legati all’AI pesavano per il 42% dell’intera capitalizzazione di mercato cinese e rappresentavano il 57% dei volumi di trading giornalieri, una concentrazione giudicata insostenibile dagli investitori istituzionali.
Tra gli osservatori, Lean Wenf, fondatore della tech-firm Deepix, ha sintetizzato la situazione sottolineando la crescente pressione sul settore: “La pressione sull’industria cinese dell’intelligenza artificiale sta crescendo rapidamente a causa di un’intensa concorrenza e di un accesso limitato ai chip più avanzati. C’è una forte priorità verso lo sviluppo dell’AI a lungo termine rispetto alla massimizzazione dei profitti immediati, ma i mercati oggi pongono domande stringenti sulla reale capacità delle aziende di trasformare le scoperte tecnologiche in entrate sostenibili”.
Le contromisure di Pechino, incluse le acquisizioni da parte della cosiddetta “Squadra Nazionale” di massicci pacchetti di ETF per miliardi di yuan, non convincono del tutto gli esperti. Il team di strategia azionaria di Goldman Sachs guidato da Kinger Lau osserva che gli interventi possono porre una base psicologica per frenare il panico a breve termine, ma l’acquisto massiccio di titoli di Stato ed ETF sarà insufficiente a sostenere un rally duraturo senza un cambiamento strutturale dei fondamentali.
Le preoccupazioni per possibili ripercussioni internazionali crescono: sebbene finora le borse europee e americane abbiano mostrato maggiore tenuta, il Fondo Monetario Internazionale e grandi banche d’affari come Morgan Stanley invitano alla cautela. Morgan Stanley, che prevede possibili ulteriori correzioni sui titoli asiatici, mette in guardia sul rischio che un cambiamento del sentiment anche a Wall Street — dove la concentrazione dei giganti tech sul tema AI ha raggiunto livelli simili a quelli di Shanghai prima del crack — possa innescare un effetto domino sulla catena di fornitura globale dei semiconduttori.






























































