mercoledì, Ottobre 21, 2026
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Roma: Luchetti racconta il desiderio di avere figli in Noi, un po’ meglio

Noi, un po’ meglio è la nuova dramedy diretta da Daniele Luchetti, prodotta da Lucky Red per Netflix, che debutta alla Festa del cinema di Roma e sarà disponibile sulla piattaforma dal 29 ottobre. Al centro della storia ci sono Simone, vigile del Fuoco interpretato da Elio Germano, e Lucia, interpretata da Maria Chiara Giannetta.

Luchetti definisce il film «un racconto sul desiderio di avere figli che mette il pubblico di fronte a un raggio di sole. Con quello, le istituzioni appaiono migliori, anche le famiglie peggiori sono accoglienti, le mamme più cattive alla fine sono buone, le coppie più perfette alla fine sono un po’ peggio di te, le psicologhe sono gentili». Aggiunge, con la consueta ironia: «È un film per stare bene… lo puoi vedere con una tisana sotto la copertina, anche due-tre volte».

La trama segue la coppia: Simone è aperto e sensibile; Lucia, anticonvenzionale e brillante ma inquieta, ha alle spalle un passato familiare difficile e non può avere figli. Inizialmente avevano deciso di non ricorrere ad altre strade per avere un bambino, ma quando Simone cambia idea e Lucia accetta di iniziare il percorso per adottare un bambino, emergono le loro differenze e le difficoltà del rapporto.

Nel cast figurano anche Anna Bonaiuto e Caterina Guzzanti nei panni di due psicologhe con approcci molto diversi nella valutazione delle domande di adozione, oltre a Ilaria Spada e Filippo Nigro, che interpretano una coppia apparentemente perfetta ma fragile.

Luchetti spiega di aver voluto raccontare personaggi con cui il pubblico possa entrare in empatia: «volevo parlare al pubblico […] raccontando una storia in cui si può entrare in empatia perché i personaggi sono come noi, guardati con amore, ma sono anche un pochino meglio, perché poi fare spettacolo significa portare chi guarda a desiderare di essere come loro». Con gli altri sceneggiatori — Enrico Audenino, Davide Lantieri e Serena Patrignanelli — si sono posti il problema di essere «divertenti, interessanti, brillanti, volendo però bene a questi personaggi».

Per Luchetti «l’obiettivo, come con tutti i miei film, era di raccontare una storia che avesse il respiro di qualcosa di vitale». Sul tema della genitorialità aggiunge: «Per me non c’è differenza fra essere genitori adottivi o biologici. Le domande che ti fai sono le stesse: perché avere un figlio, chiedersi se siamo adatti, scegliere se accoglierli in qualcosa che assomiglia a un modello prestabilito, infilandosi in una casella come tutti gli altri o costruendo una famiglia a modo nostro». «È bello pensare che c’è un’evoluzione anche dei modelli familiari, non esiste un modello fisso», conclude il regista.

Elio Germano sottolinea come i protagonisti rovescino gli stereotipi: «Simone si comporta come vediamo fare in genere alle donne nelle storie classiche su questo tema, con il suo forte desiderio di avere un figlio. Lei invece è una ragazza indipendente che non ne vuole vive sempre un conflitto. Al di là del fattore scatenante, l’adozione, il film racconta questa conflittualità tra i modelli che siamo portati a interpretare, rispetto ai genitori, agli amici, ai colleghi e il fare invece quello che sentiamo dentro».

Maria Chiara Giannetta definisce l’adozione «un pretesto» e aggiunge che «il conflitto tra loro nasce perché rompere quel patto, che Simone e Lucia avevano fatto all’inizio del loro rapporto, scuote il loro equilibrio». Sulla percezione sociale delle donne che scelgono di non avere figli osserva: «Credo che sia cambiato qualcosa. Di fronte a una società abituata a dirti che bisogna diventare madri a un certo punto della vita, le ragazze oggi sanno far sentire di più la loro voce nel dire no, quando non sentono quel desiderio». Luchetti sottolinea inoltre che «Avere figli deve essere una scelta libera e non credo che sia più bravo chi li ha», ricordando il cambiamento dei modelli familiari rispetto al passato.