martedì, Novembre 3, 2026
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Dalla Galizia alle Shetland: Sylvain Tesson in barca a vela a caccia di fate

Sylvain Tesson torna a raccontare i paesaggi estremi in cui si ritrova e si lascia ritrovare. Autore di “Sentieri neri”, in cui descrive l’attraversamento della Francia per guarire dalla malattia, e di “Bianco”, definito come un bagno di silenzi e miraggi, ora firma “In barca a vela con le fate” (Sellerio), un diario di viaggio che attraversa l’arco blu che unisce la Galizia spagnola alle isole Shetland scozzesi.

Il viaggio si svolge a bordo di una barca a vela accompagnato da due compagni, Humann e Benoît. Tra mare, nubi, miti e visioni, Tesson cerca le “fate” come modo di intendere il reale: «la fata è una qualità del reale rivelata da una disposizione dello sguardo. È un modo di percepire il mondo e di scorgervi il miracolo. Il riflesso del sole sul mare, il fruscio del vento tra le foglie di un faggio, il sangue sulla neve, la rugiada che imperla la pelliccia di un animale: lì ci sono le fate».

Il filo conduttore del libro è la caccia al meraviglioso che dorme. Tesson riprende un passo dalle Lettres à une jeune fille di Joë Bousquet: «Fate vostra questa certezza: tutto ciò che esiste, tutto, è come un canto sopito e aspetta solo uno sguardo puro per rianimarsi» e, ora dopo ora, mostra come sia possibile «rianimare» il reale con uno sguardo attento. Il racconto celebra i dettagli — gabbiani, cormorani, sule, procellarie — e una scrittura che alterna osservazione naturalistica e incursioni letterarie.

Il viaggio è fatto di soste sulla terraferma e di traversate in mare. Dalla Spagna i tre amici affrontano il Golfo di Biscaglia, impiegando tre giorni: «la fata si manifesta nel momento in cui la perfezione delle cose ci consente di non fare più neanche un gesto». Allo stesso tempo Tesson pratica passeggiate esplorative e meditative, sostenendo che «l’entroterra è la verità di una nazione senza la magia del sogno. Se vuoi restare nello sfavillio, devi camminare sul filo».

La Bretagna, con le sue cappelle e i menhir, è descritta come un paesaggio in cui la dolcezza celtica si è incontrata con l’amore cristiano: «quel paesaggio era perfetto perché intatto. La perfezione è l’inamovibile» ed «è meraviglioso ciò che basta da sé, diventa soprannaturale ciò che non è bastato». Tesson affianca alle pagine di mare riferimenti letterari che spaziano da Omero a Hugo, da Nietzsche ad Apollinaire fino a Keats, Shelley e Byron, alla ricerca delle tracce dello spirito celtico.

Sbarcato in Inghilterra, Tesson osserva paesaggi che definisce «un sogno celtico visto dai romantici», sostenuti dai basalti colonnari. Qui incontra la National Coastwatch Institution, nata nel 1994 per sopperire ai tagli alla Marina imposti da Margaret Thatcher: un’organizzazione sostenuta da volontari il cui compito è «scrutare il vuoto, vegliare sul cielo, assicurarsi che non succeda niente, prendere nota di tutto e soprattutto trarne gioia».

Le pagine alternano geografia e mito. Tesson richiama Goffredo di Monmouth e la sua Historia Regum Britanniae, che inventa l’epopea di re Artù, Uter Pendragon, il mago Merlino e la spada Excalibur; poi Chrétien de Troyes, che inserisce nel racconto il mistero del Graal, la fede cattolica e l’ordine della Tavola Rotonda. Anche gli allineamenti di Stonehenge e i megaliti sono letti come fonti d’ispirazione per leggende di giganti e per il rinnovamento bretone, oltre che per la poesia del XIX secolo.

La narrazione ritorna al mare e alle coste: il Galles, con la sua sfilata di castelli, è definito «bellezza pura», mentre l’itinerario punta verso l’Irlanda, con i suoi castelli, i fiordi e i campi chiusi del bocage. Dalla spiaggia della Penisola di Dingle riecheggia la vicenda del monaco San Brandano, che nel VI secolo salpò su una barchetta di vimini con una copertura di pelle inseguendo il sole in cerca del paradiso terrestre. Per Tesson, in chiusura di pagina, rimane centrale l’idea che «il sogno è la nostra legittimità».