martedì, Novembre 3, 2026
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Brescia, acciaierie bresciane si tirano fuori: salta la cordata italiana per Ex Ilva

Brescia. Le principali acciaierie italiane coinvolte nel tentativo di salvataggio dell’ex Ilva avrebbero deciso di ritirarsi dall’operazione. La cordata guidata da Federacciai, composta da 15 imprese del settore siderurgico, non avrebbe presentato un’offerta vincolante per l’acquisizione di Acciaierie d’Italia dopo settimane di verifiche finanziarie, economiche e industriali che avrebbero evidenziato un quadro troppo complesso e un investimento giudicato fuori portata.

Nel gruppo figurano anche importanti realtà del comparto bresciano, tra cui Feralpi, insieme ad Arvedi, Marcegaglia, Duferco, Beltrame e Lucchini. Le aziende avevano manifestato interesse nei mesi scorsi, concentrandosi in particolare sugli impianti dell’area a freddo. Dopo aver ottenuto accesso alla documentazione finanziaria, visitato gli stabilimenti di Taranto, Genova e Novi Ligure e coinvolto consulenti e advisor, la valutazione sarebbe però diventata negativa.

Il passo indietro rappresenta un duro colpo per il progetto di rilancio industriale dell’ex Ilva e per le aspettative del governo, che puntava sulla partecipazione degli imprenditori italiani. Con il ritiro della cordata, a restare in corsa sarebbe sostanzialmente il gruppo indiano Jindal, il cui piano prevederebbe una riduzione significativa degli occupati, fino a circa la metà degli attuali dipendenti.

La vicenda si inserisce in un quadro occupazionale già delicato: Acciaierie d’Italia ha chiesto la cassa integrazione per un massimo di 8.622 lavoratori. Il ministero del Lavoro ha convocato per venerdì 6 novembre un incontro con i sindacati per l’esame della richiesta. Particolarmente pesante la situazione in Liguria: a Cornigliano sono coinvolti 870 dipendenti su un totale di 917.

Per lo stabilimento genovese è stato confermato l’arrivo di 35.000 tonnellate di materiale da lavorare, tra acciaio zincato e banda stagnata. La fornitura garantirà la ripresa delle attività, ma non eviterà la fermata programmata dal primo dicembre all’inizio di gennaio, con il richiamo del personale necessario previsto dall’11 gennaio 2027.

A complicare ulteriormente il quadro è intervenuta la decisione della Cassazione sulla chiusura definitiva dell’area a caldo di Taranto, prospettiva che ha alimentato le richieste di continuità produttiva per gli altri stabilimenti, compreso quello di Genova.

Il possibile ritiro delle imprese italiane ha inoltre provocato la reazione politica del Movimento 5 Stelle, che parla di fallimento della strategia industriale del governo e chiede all’esecutivo di riferire in Parlamento sul futuro del gruppo, sulle risorse pubbliche impiegate e sulle prospettive occupazionali.