Un’ondata di proteste contro il caro vita ha attraversato l’Europa nelle ultime settimane, animata da reti locali e movimenti studenteschi e sindacali che chiedono interventi strutturali su salari, servizi pubblici e mercato della casa. La giornata di sabato 17 ottobre 2026 ha rappresentato un momento di forte tensione in diversi Paesi, con manifestazioni che in alcuni casi sono degenerate in scontri con le forze dell’ordine.
In Italia i cortei del 17 ottobre si sono spesso trasformati in scontri. A Milano gruppi di giovani incappucciati hanno assediato piazza Duomo, lanciando sassi e bombe carta, appiccando il fuoco a un cantiere in piazza e assaltando negozi nella zona di San Babila. Cariche, lanci di lacrimogeni e idranti sono stati impiegati anche a Torino, a Bologna (zona stazione, conclusi con sette fermati) e a Brescia. I sindacati di base e le reti studentesche riunite sotto il cartello “Italia in Piazza” chiedono il blocco dei rincari del materiale didattico e dei trasporti pubblici, l’adeguamento automatico dei salari all’inflazione e un piano straordinario per la sicurezza delle scuole. L’esecutivo ha difeso le misure previste nella pianificazione di bilancio, puntando sul rifinanziamento parziale del taglio del cuneo fiscale per i redditi medio-bassi; i movimenti lo giudicano insufficiente e confermano scioperi generali già fissati per il 30 ottobre e il 20 novembre.
In Francia sabato 17 ottobre si sono registrati scontri diffusi a Parigi, Lione, Marsiglia e Limoges, con incendi parziali al municipio di quest’ultima città. Le forze dell’ordine hanno fatto massiccio uso di gas lacrimogeni e idranti; il bilancio riportato è di almeno 1.200 persone arrestate e oltre 150 agenti feriti in poche ore. I manifestanti — circa 550.000 secondo il testo — reclamano lo storno dei tagli al bilancio pubblico, mentre piattaforme studentesche chiedono uno stanziamento straordinario di 11 miliardi per l’istruzione e i sindacati un aumento sostanziale del salario minimo. Il governo ha vietato l’uso delle granate stordenti alle forze speciali e annunciato l’apertura di un tavolo di ascolto con le rappresentanze sindacali, pur ribadendo l’esigenza di rigore fiscale.
In Spagna le mobilitazioni, iniziate a fine settembre, sono culminate nelle manifestazioni del 3 ottobre che hanno coinvolto oltre 50 città. A Madrid le stime ufficiali parlano di 70.000 persone, mentre gli organizzatori stimano circa mezzo milione in Plaza de Cibeles. Per oltre una settimana centinaia di attivisti hanno occupato con tende Puerta del Sol; a Valencia si sono verificati violenti scontri con la polizia vicino al Palau de les Arts. La protesta, convocata dal Sindicato de Inquilinas e innescata dallo sfratto dell’attivista 87enne Maricarmen Abascal, chiede una riduzione immediata del 50% dei canoni d’affitto, contratti a tempo indeterminato e l’espropriazione degli alloggi posseduti dai cosiddetti “fondi avvoltoio” e dalle grandi multinazionali. Dopo il voto parlamentare che ha bocciato la conversione in legge di due decreti sulla casa, il primo ministro Pedro Sánchez ha sciolto le Cortes e convocato elezioni anticipate per domenica 29 novembre 2026; ha inoltre varato un pacchetto di 21 misure urgenti sulla casa, che prevedono il congelamento degli sfratti per le fasce vulnerabili, una tassazione speciale sui contratti d’affitto brevi e incentivi fiscali fino al 90% per i proprietari che accettino di ridurre i canoni.
In Portogallo, il 17 ottobre decine di migliaia di persone hanno marciato a Lisbona, Coimbra e Porto in manifestazioni indette dal sindacato CGTP, prevalentemente pacifiche ma con momenti di forte tensione davanti alle sedi istituzionali. Le richieste comprendono il blocco dei canoni d’affitto, la fine delle agevolazioni fiscali per grandi investitori esteri e la requisizione degli immobili sfitti per edilizia popolare. Il governo ha promesso un piano di sussidi per l’acquisto della prima casa rivolto ai giovani under 35; i movimenti lo giudicano però inefficace rispetto al problema dei prezzi speculativi.
A Bruxelles un corteo di giovani e comitati studenteschi ha chiesto lo stop alle accise su carburanti e bollette con lo slogan “End excise duty”; sebbene la maggior parte della marcia sia stata pacifica, si sono registrati scontri isolati con la polizia vicino ai quartieri istituzionali. Il governo ha escluso un ulteriore taglio delle accise per ragioni di bilancio, proponendo voucher energetici una tantum per le famiglie a basso reddito.
In Polonia non si sono registrate mobilitazioni legate al costo della vita a metà ottobre: le proteste del weekend erano di matrice politica, legate a nomine del Tribunale Costituzionale e gestione dei confini. I sindacati tuttavia segnalano preoccupazione per il rimbalzo dell’inflazione attorno al 4% dovuto alle tariffe energetiche. Per anticipare malcontento, il governo ha varato a metà ottobre un intervento preventivo da 5 miliardi di zloty per fissare un tetto massimo ai prezzi dei carburanti alla pompa.
Anche a Budapest le piazze sono rimaste in gran parte silenziose sul fronte economico nel fine settimana: il calo dell’inflazione all’1,6% — il livello più basso dal 2016, attribuito a rigidi controlli statali sui generi alimentari di prima necessità — ha contribuito a disinnescare la componente economica del dissenso. Le critiche sono invece concentrate sulla rimodulazione della spesa pubblica e sull’introduzione di nuove imposte patrimoniali che, secondo i comitati e l’opposizione, potrebbero pesare sul welfare.
Nel Regno Unito le tensioni a Londra si sono manifestate in modo frammentato per tutto ottobre, con picchetti e blocchi mirati del traffico davanti a Westminster ma senza scontri violenti. I lavoratori chiedono l’abolizione dei tetti massimi di spesa per il servizio sanitario nazionale (NHS) e l’introduzione di una tassa sui grandi patrimoni per finanziare sussidi energetici alle famiglie in difficoltà. Il governo laburista guidato da Andy Burnham punta su accordi di mediazione salariale settore per settore, escludendo per ora riforme fiscali radicali.
Infine, in Albania la capitale Tirana ha vissuto cinque giorni consecutivi di scontri che sono culminati nel weekend del 17-18 ottobre: i manifestanti hanno tentato di assaltare il ministero dell’Educazione e hanno dato fuoco ad alcuni edifici governativi e filiali bancarie; la polizia ha risposto con blindati, gas lacrimogeni e proiettili di gomma. Gli studenti chiedono il dimezzamento delle tasse universitarie, il miglioramento delle infrastrutture studentesche e l’azzeramento dell’IVA sui libri; tra le rivendicazioni figura inoltre la richiesta delle dimissioni del primo ministro Edi Rama. Il premier ha aperto alla possibilità di rimodulare le borse di studio per i ceti meno abbienti, rifiutando però di accogliere le richieste di dimissioni e definendole strumentalizzazioni dell’opposizione.
































































