Nella notte tra il 3 e il 4 novembre 1966 Firenze fu travolta dall’Arno, che, gonfiato da giorni di pioggia, ruppe gli argini e invase la città. In poche ore le strade, le case, le botteghe e i musei furono sommersi da acqua scura, fango, detriti e carburante fuoriuscito dai serbatoi. In alcune zone il livello dell’acqua raggiunse i cinque metri.
L’alluvione causò 36 vittime a Firenze; l’ultima identificazione ufficiale risale al 2023, quando è stato riconosciuto Mario Maggi, 44 anni, 57 anni dopo la tragedia. Oltre alla drammatica perdita di vite umane si consumò un disastro culturale: biblioteche, archivi, chiese e musei furono invasi dall’acqua, con migliaia di libri e documenti nel fango e danni gravissimi a dipinti, sculture e affreschi.
Simbolo di quella ferita è il Crocifisso di Cimabue, capolavoro del Duecento custodito nella Basilica di Santa Croce. L’acqua penetrò nella struttura lignea provocando deformazioni e spaccature, mentre il fango compromisse la superficie dipinta; si stima che sia andato perduto tra il 60 e il 70 per cento della pellicola pittorica.
A ricordare quei giorni è Bruno Santi, allora 24enne e studente di storia dell’arte, che si presentò alla Soprintendenza per aiutare e negli anni successivi divenne soprintendente al patrimonio storico e artistico di Firenze e dell’Opificio delle Pietre Dure. Senza la laurea, Santi partecipò alle operazioni di salvataggio in diverse istituzioni, dalla Biblioteca Nazionale al Museo Horne, intervenendo in particolare nella Basilica di Santa Croce. Con un gruppo di soldati mise in sicurezza una pala duecentesca raffigurante San Francesco, trasferendola dalla Cappella Bardi ai piani superiori del convento; il Crocifisso di Cimabue era già stato spostato, ma le sue condizioni erano gravissime.
L’opera fu portata alla Limonaia di Palazzo Pitti, trasformata in luogo di primo intervento per i dipinti danneggiati. Qui Santi lavorò per almeno due mesi, affiancato da uno studente inglese, occupandosi di eliminare muffe dalle tavole e di controllare temperatura e umidità: «Ogni variazione poteva aggravare le deformazioni del legno e provocare nuove perdite di colore», ricorda. «Ci sono ancora opere da restaurare, perché il numero di quelle colpite era davvero impressionante», aggiunge.
La città divenne anche il centro di una vasta mobilitazione internazionale: migliaia di giovani arrivarono dall’Italia e dall’estero e, con gli stivali nel fango, lavorarono nelle biblioteche, nelle chiese e nei depositi per recuperare libri, manoscritti e opere d’arte. Questa mobilitazione spontanea è ricordata con il nome di Angeli del fango e rimane uno dei simboli più forti dell’alluvione.
Per le commemorazioni del 4 novembre, in occasione della Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate, il presidente della Repubblica sarà a Firenze e parteciperà alle principali iniziative cittadine. «Siamo molto orgogliosi e molto felici di ospitare nuovamente il presidente Mattarella nella nostra città. Tra l’altro, ci tengo a sottolinearlo, non è la prima volta che il presidente viene a un anniversario dell’alluvione, venne anche per i 50 anni. Questo a dimostrazione che quell’evento non ha riguardato solo Firenze, come sappiamo benissimo, ma ha riguardato il nostro Paese e il mondo intero», ha dichiarato la sindaca Sara Funaro. «Sarà un momento sicuramente in cui ricordare il passato, ma anche un momento in cui ricordare la vocazione internazionale della nostra città e quanto la nostra città può smuovere nel momento in cui si attiva», ha aggiunto.



























































