martedì, Novembre 3, 2026
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Santiago, dicembre 1976: l’Italia vince la Coppa Davis tra polemiche sul Cile

Il libro, fin dalle prime pagine, colpisce per lo stile gradevole e per la capacità di tenere vivo il racconto, sostenuto da una documentazione accurata. L’autrice ha attinto a fonti diverse, tra cui il Fondo Gianni Clerici custodito nella sede di Brescia dell’Università Cattolica, e ha ascoltato le radiocronache con cui Mario Giobbe, su Rai Radio 2, seguì in diretta la controversa finale di Coppa Davis Cile-Italia del 17-19 dicembre 1976.

Al centro del volume ci sono i ritratti a più dimensioni dei sei protagonisti della vicenda: Mario Belardinelli, responsabile tecnico della nazionale e direttore del Centro di Formia; Nicola Pietrangeli, il capitano non giocatore; e i quattro componenti della squadra, Adriano Panatta, Corrado Barazzutti, Paolo Bertolucci e Tonino Zugarelli. L’autrice ricostruisce le loro vite private, le qualità tennistiche e umane, i vizi e le virtù, e i contrasti interni, offrendo spunti che anche chi li conosce già può trovare nuovi. Ne emergono figure come Belardinelli, descritto come maestro e padre; Pietrangeli, sorretto ma afflitto dalla convinzione di essere inarrivabile; Panatta, talento superiore a volte distratto; Barazzutti, noto per la sua tenacia; Bertolucci, con il “braccio d’oro” e un forte amore per la buona tavola; Zugarelli, che si sente trattato ingiustamente come ultimo.

Il libro ricostruisce anche il clima politico e mediatico di quegli anni, dominato dalla domanda se la squadra dovesse recarsi a Santiago. Andare sarebbe stato un indebito favore al regime di Pinochet? Nel mondo dello sport prevaleva la propensione a partire, ma media e politica erano divisi e, inizialmente, il no sembrava prevalere. Il contesto internazionale era segnato dal recente boicottaggio del Sud Africa alle Olimpiadi di Montreal e dalla situazione della Coppa Davis, nella quale il Cile era arrivato in finale anche perché l’Unione Sovietica si era rifiutata di disputare la semifinale.

Nel ricordo riportato nel libro, l’autrice afferma di essere stata favorevole all’andata a Santiago: la convinzione era che in Cile non tutti fossero Pinochet e che il regime non dovesse fregiarsi della vittoria. I partiti, in particolare la sinistra, apparivano tuttavia bloccati; la tacita accettazione finale, spiega il libro, si deve in larga parte alla mediazione dell’incaricato d’affari Tomaso De Vergottini, che negoziò la liberazione di due esponenti del partito comunista cileno in cambio della rimozione degli ostacoli politici italiani. I comunisti cileni avvertirono inoltre i colleghi italiani che un eventuale no avrebbe potuto rafforzare i consensi nazionalistici a favore del regime.

La squadra partì, ma il clima rimase incerto. Non tutti i giornali inviarono i loro inviati: La Repubblica decise di mandare Saverio Tutino, ma con l’incarico di raccontare le nefandezze del regime più che la finale. La televisione offrì solo resoconti serali; l’unica voce in diretta fu quella di Mario Giobbe su Rai Radio 2. Al ritorno in Italia con la Coppa, la squadra non trovò alcuna accoglienza all’aeroporto.

Sul piano sportivo la vittoria fu vissuta come un successo inseguito da anni, almeno dal 1961, e contribuì a una crescente popolarità dei giocatori, in particolare di Panatta, protagonista di un anno memorabile con la vittoria agli Internazionali di Roma e a Parigi. Nella finale Panatta scelse di giocare il doppio a Santiago con la maglietta rossa, colore che richiamava i fazzoletti cuciti dalle madri cilene con i nomi dei loro figli scomparsi; Bertolucci ricordò con durezza quel contesto: “Ci sparano”, ma lo avevano fatto. Anche per questo si diffuse l’argomento che l’Italia avesse impedito al Cile fascista di iscrivere il suo nome sulla Coppa Davis.

Il libro inserisce questa impresa sportiva nel quadro più ampio degli anni Settanta, non riducendoli ai soli “anni di piombo”. Ricorda le riforme che segnarono il paese — il diritto di famiglia, il divorzio, l’abolizione dei manicomi, il servizio sanitario nazionale — e sottolinea come il tessuto della democrazia italiana fosse allora sufficientemente solido da contrastare la strategia della tensione. In questo ordito collettivo, scrive l’autrice, ebbero parte anche la forza educativa del Centro di Formia, le qualità dei tennisti italiani e le loro magliette rosse sui campi di Santiago.

Eliana Di Caro