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Roma: Elio De Capitani porta ‘L’orologio americano’, il dramma corale sul crack del 1929

(di Paolo Petroni)

Il crollo del 1929 e le sue conseguenze diventano teatro nella versione de L’orologio americano di Arthur Miller, portata in scena da Elio De Capitani con diciotto giovani attori appena diplomati all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica D’Amico. La nuova traduzione di Cristina Viti restituisce una rappresentazione corale dell’evento che Miller definì «un’esperienza nazionale che non si può sperare di chiarire dal punto di vista di una persona o di un singolo gruppo».

Scritto nel 1979/80, il dramma non cerca di raccontare una singola storia, ma di mostrare cosa rappresentò quel momento improvviso di povertà e crudeltà: la fine del Sogno Americano, una riflessione sull’idea di progresso e la scoperta – nella disgrazia – di nuovi valori di fraternità. De Capitani costruisce uno spettacolo che richiama una vena neo-brechtiana attraverso il teatro nel teatro, gli intermezzi tra scena e scena, le canzoni e lo sdoppiamento di molti personaggi, accentuato dall’uso di maschere realizzate dalla classe di trucco e maschera dell’Accademia di Brera.

La messa in scena assume toni di teatro-circense, con suggestioni che vanno da Fellini a Cabaret di Bob Fosse fino a un dichiarato Otto Dix: un immaginario popolato di musica e danze discinte, colonne sceniche ricorrenti e una forte componente visiva curata da Carlo Sala, che firma scene e costumi. Le musiche originali sono eseguite dal vivo da Mario Arcari.

Nel racconto corale emergono figure emblematiche: Arthur Robertson, che avverte la bolla finanziaria e vende tutto alla vigilia del crack; la famiglia Baum, che scivola nella disoccupazione con il padre Moe, la madre Rose e il figlio Lee, sensibile al lato umano della nuova condizione. Attorno a loro si muovono finanzieri interessati solo alle azioni, contadini in lotta per preservare i propri beni e donne che, dietro un’apparente superficialità, mostrano una forza sotterranea di reazione. La giovane Edie prova a convertire Lee al marxismo; lo stesso Lee nota come il socialismo in America non riesca a coinvolgere nemmeno gli operai di Detroit. Il dramma si chiude sul segno della speranza roosveltiana con la lode di Lee alla madre: «So soltanto che ogni volta che penso a lei la testa mi si riempie di vita».

Tutti i personaggi appaiono come marionette umanizzate in una realtà difficile, sostenuta dalla vivacità e dall’impegno degli interpreti: una squadra giovane che recita, canta e balla mantenendo un ritmo serrato, intervallato solo da momenti di intima verità. Il cast comprende Angelica Barelli, Alessandro Buono, Melissa Del Carmen Chaigan, Chiara Casarin, Laura Cestaro, Flavio D’Andrea, Edoardo De Padova, Anna Demichelis, Luca Duarte Di Gangi, Vittorio Maria Mearelli, Giorgio Petrotta, Gabriele Maria Pizzurro, Caterina Rugghia, Pietro Saccomani, Nicola Tagliatori, Chiara Tognarini, Chiara Trombini e Nicola Vantaggi. Diciotto attori, ognuno impegnato anche in più ruoli, «quanti ne usò anche Elio Petri nel 1981 per l’altra realizzazione di questo testo con 50 e più personaggi», secondo la produzione.

La pièce, frutto della collaborazione tra l’Accademia D’Amico e il Teatro dell’Elfo di cui De Capitani è regista stabile, porta con sé echi di regie come quelle di Aldo Trionfo e di alcuni storici spettacoli del Gruppo della Rocca. La produzione è in scena fino a domenica al Vascello di Roma e, dal 23 ottobre, all’Elfo Puccini di Milano.